Miniera di Val Cornera

Spigolature: “Causa i Dazzi nelle nostra Vallata non vi è più nessuna industria né di ferro, tanto nominata per la comodità di acque, come dei Carboni, ma la gente sono costretti ad abbandonare la patria ed andare raminghi per il mondo chi in Affrica e chi in America.” Dalle “Memorie" di Giovanni Rinaldi Gnesàt, storico-contadino, Darzo 1896








































































Ascolta la Canzone di Santa Barbara registrata dal vivo durante l'evento Festa di Santa Barbara - Storia di miniera e minatori, Darzo 4 dicembre 2011







 

Storia delle miniere di barite di Darzo

Contesto storico fra ‘800 e ‘900

Gli ultimi trent'anni del Diciannovesimo secolo e i primi quindici del Ventesimo sono economicamente pesanti sia per il Regno d'Italia, sia per l'Impero Austro-Ungarico, al cui territorio apparteneva allora, e fino a dopo la conclusione della Prima guerra mondiale (1918), il Trentino.
A risentire in modo particolare della crisi sono le regioni depresse della periferia: il Veneto, l'Abruzzo ed il Meridione in genere per l'Italia, i Balcani e il Trentino per l'Austria-Ungheria.
Ogni anno dal Trentino se ne vanno migliaia di abitanti dei piccoli centri che costellano le vallate, i quali scelgono sempre più numerosi, a partire dagli anni Ottanta del Diciannovesimo secolo, i viaggi della speranza (o della disperazione) verso le Americhe.
Le Giudicarie con la Valle del Chiese, dove si trovano i villaggi che compongono oggi il Comune di Storo: Darzo, Lodrone, Riccomassimo e Storo, non fanno eccezione. Da queste parti diventano conosciuti i nomi delle località raggiunte dalle centinaia di paesani emigrati che, una volta trovato il posto di lavoro, richiamano con lettere accorate parenti e amici. Così dalla Pieve di Bono si va a Solvay (Stato di New York), dove si viene ingaggiati nella fabbrica chimica, mentre gli abitanti di Darzo approdano nelle fonderie di Alliance (Ohio) e quelli di Storo attraversano l'Oceano per scendere nelle miniere di carbone di Cambria (Wyoming).
Tutti per sfuggire alla fame e alla povertà, figlie di una montagna poco generosa, resa ancora più avara da fenomeni atmosferici come le alluvioni del 1882 e del 1885, che si portano via strade, ponti e campi.
Ma c'è una montagna più generosa: è quella di Darzo, che serba nel suo ventre delle sorprese per gli abitanti del paese, dell'intera Valle del Chiese e dei villaggi circostanti della Valle Sabbia in provincia di Brescia.

Nascono le industrie minerarie


1894. Questa data non è scolpita nella pietra, ma certamente nella memoria dei darzesi.
Quell'anno Giacomo Corna Pellegrini, un imprenditore della bresciana Val Camonica, e precisamente di Pisogne, dove gestiva delle miniere di ferro e recuperava la barite quale minerale secondario che spesso accompagna il minerale di ferro, varcò il confine di Ponte Caffaro con l'Impero Austro-Ungarico. Fu chiamato da un suo agente, Tommaso Fabbri, convinto di essersi imbattuto in un filone di ferro, avendo visto affiorare dal bosco che ricopre la montagna di Darzo la barite, che solitamente sta proprio accanto alla roccia ferrosa.
Miniera in Austria, stabilimento in Italia, a Vestone, in un piccolo opificio. Per avere lo stabilimento di lavorazione della barite a Darzo bisognerà attendere il 1936, quando i Corna Pellegrini (il "Corna", come i paesani chiamavano affettuosamente lo stabilimento) presero il posto del mulino della famiglia Rinaldi "Marte", a ridosso del rio Carbonère.
Quella di Marìgole è stata la più longeva delle miniere di Darzo, avendo toccato tre secoli, dal 1894 al 2009.
I Corna Pellegrini scavarono da soli per una decina d'anni, finché altri imprenditori furono richiamati da quella montagna che nelle sue viscere custodiva la pietra bianca del Solfato di Bario, o più comunemente Barite.
Nel 1905 arrivò (la leggenda narra sia giunto su una bicicletta) un altro lombardo, Carlo Maffei, della Valsassina, che ottenne la concessione per forare Val Cornera, un versante a sud di Marìgole, la zona scavata da Corna Pellegrini. Anch'egli ebbe nei primi tempi il mulino nel cuore della Valle Sabbia: a Nozza. Ma in pochi anni, nel 1909, si spostò più vicino alla miniera: a Ponte Caffaro. La prima pietra dello stabilimento di Darzo venne posta nel 1925, mentre l'inaugurazione è datata appena un anno dopo. La miniera di Val Cornera (per anni una delle più generose d'Europa per la barite) rimase attiva fino alla metà degli anni Sessanta.
Verso la metà degli anni Venti, un altro industriale lombardo, il lecchese Felice Cima, venne attratto dal fascino della barite e fondò la Sigma, insediandosi a Pice, nei pressi di Marìgole, ma su territorio della comunità di Storo. La chiusura dei battenti di questa azienda ha una data precisa: il 31 gennaio del 1976. Un anno dopo capannone ed operai furono rilevati dalla Corna Pellegrini, diventata Mineraria Baritina.
La febbre dell'oro bianco di Darzo contagiò, come tutte le febbri dell'oro, molti altri, locali ed esterni, ma gli unici a mantenere degli impianti consistenti furono Corna Pellegrini, Maffei e Cima. Agli altri che diedero l'assalto alla montagna di Darzo il destino riservò esiti effimeri: grandi investimenti, piccoli ritorni e qualche fallimento.

Le concessioni un paesaggio cambiato

La montagna bucata. Questo oggi resta sopra Darzo dopo la stagione lunga oltre un secolo delle miniere di barite. Val Cornera, Marìgole, Pice, Paèr, Val dai Corf... Tutte località interessate da giacimenti più o meno grandi. Oggi il bosco, con l'energia indomita della natura, si è rimangiato gli imbocchi, mentre l'erba nasconde i binari dei vagoncini.
Non tutte le miniere hanno subito lo stesso destino. L'ingresso di Val Cornera è stato sbarrato facendo brillare l'esplosivo, per evitare che qualcuno entrasse e rischiasse di essere colpito da massi. Le viscere di quel pezzo di montagna sono tormentate a causa della modalità di lavorazione: le gallerie e i "cameroni" venivano scavati salvando dei grossi pilastri di minerale, in modo da sorreggere la struttura. Ma negli ultimi tempi, in particolare quando il minerale cominciò a scarseggiare, anche i pilastri vennero attaccati, riducendone lo spessore, alla ricerca degli ultimi scampoli di materia prima. Di conseguenza non erano rari i crolli. Ad un certo punto, quando la miniera giunta ad esaurimento venne abbandonata, perfino il dosso soprastante, il Dos dal Macabèl, è sprofondato con le gallerie.
Diversa (per citare l'altra delle due industrie più importanti) la modalità di scavo a Marìgole. L'ingegner Piero Corna Pellegrini negli anni Settanta applicò la ripiena cementata, un metodo nuovo di coltivazione che consiste nel “gettare” dei solettoni di calcestruzzo là dove si è scavato, in modo da consentire di scendere nelle gallerie sapendo di avere una garanzia di sicurezza sopra la testa. Inoltre (innovazione non secondaria) questo sistema consente pure di portare via tutto il minerale esistente, a differenza di Val Cornera, dove (come si diceva) si era costretti a lasciare calotte e pilastri per mantenere in piedi la volta delle gallerie e dei cameroni. Il risultato  è visibile ancor oggi: infatti le gallerie di Marìgole sono rimaste agibili, così come i "fornelli", ossia i collegamenti fra gallerie poste su livelli diversi.
Le gallerie. Ognuna aveva un nome, dato dagli stessi minatori quando iniziavano a scavare. Poteva essere un nome ufficiale. Si pensi ad "Impero" o "Vittoria" di Marìgole, del tempo del Fascismo, quando certi termini trionfalistici erano in voga. Potevano essere nomi dedicati al Cielo: "Santa Barbara", protettrice dei minatori. Potevano, infine, avere un soggetto tipicamente locale: "Nonno", "Capèl da l'Oto" o "Büs dal Bepi", riferimenti chiari a personaggi della miniera di Val Cornera, oppure nomi dei famigliari "Dora" o "Felice" dei padroni della concessione di Pice.

La festa di Santa Barbara


Il rito. È un vero e proprio rito quello che si ripete per decenni il quattro dicembre di ogni anno, in occasione della ricorrenza di Santa Barbara, patrona di tutti coloro che hanno a che fare con gli esplosivi, e quindi anche dei minatori.
C'è attesa per quel rito che si ripete sempre uguale: Santa Messa per le maestranze, la dirigenza e la proprietà delle aziende; cena e festa fino a tardi. La Corna Pellegrini festeggia all'Albergo Italia (conosciuto semplicemente come "l'albergo"), il locale di Darzo che sta proprio di fronte allo stabilimento. La Maffei non ha un posto fisso; a partire dagli anni Ottanta, anzi, i dipendenti vengono radunati in un ristorante della Rendena, così da unire tutti i lavoratori trentini del gruppo, appartenenti agli stabilimenti di Darzo e di Trento ed alla cava di feldspato di Giustino.
A quel punto però il mondo è cambiato anche da queste parti dove i cambiamenti arrivano con anni di ritardo: il senso di appartenenza alla ditta non è più quello di un tempo, forse anche perché non tutti i proprietari sono più quelli di un tempo.
Il rito della Santa Barbara appartiene ad epoche più lontane che giungono fino alla seconda metà degli anni Settanta, quando alla festa partecipano i "padroni": "l'ingegner Piero", dei Corna Pellegrini, il "Barba" prima (Carlo Maffei, finché ce la fa) e il "Sior Italo" (uno dei tre figli che avevano preso in mano l'azienda, il più presente in fabbrica) poi.
In quell'"Ingegner" e in quel "Sior", pronunciati con un tono a metà fra la deferenza ed il confidenziale, sta il rapporto fra lavoratori e datore di lavoro. Ci tengono gli operai e i minatori ad incontrarsi durante la festa di Santa Barbara con gli industriali: con coloro che danno loro lavoro, che li ascoltano, che assumono un parente. Ci tengono, un po' per gratitudine, un po' semplicemente perché si sentono onorati di essere accanto, per una sera, a persone importanti. E chi c'è di più importante, in questo microcosmo, dei loro datori di lavoro?
E ogni volta la festa va avanti fino a notte fonda. Per giorni, poi, ci saranno aneddoti da raccontare fra colleghi di lavoro, sulle partite alla morra, sulla sbronza del tale, sugli scherzi fatti.
L'anno dopo il rito si ripeterà.