Marini Vigilio e Beltrami Marta
Darzo (TN)


"Sono passato poco tempo fa in Val Cornèra e mi è venuto da piangere a vedere la casa dove andavano i figli del dottor Italo: un fabbricato simile che cade a pezzi con dentro le erbacce e le piante di abete che hanno distrutto tutto il tetto. Mi sono fermato, mi sono seduto un po' e mi è venuta un po' di passione a vedere quelle robe lì (Vigilio Marini).

Allo stabilimento non facevamo solo le cernitrici, se comandavano bisognava fare anche altri lavori: spazzare il pavimento del mulino, sbattere i sacchi della barite sulla strada contro un muro ed eravamo tutte bianche di polvere (
Marta Beltrami)."
  Mi chiamo Vigilio Marini, il soprannome della mia famiglia è "Giòti".
Sono nato nel 1930 a Darzo. Sono sposato con Marta Beltrami e abbiamo due figli.
Il maschio, Fabrizio Marini ha lavorato per la Maffei fino a quando l'hanno chiusa.
Ho iniziato a 17 anni a lavorare per la ditta Sigma. Il lavoro l'ho trovato tramite mia mamma che faceva le iniezioni alla moglie del proprietario, il dottor Felice Cima, che era malata. Parlando è venuto fuori che aveva un figlio che avrebbe potuto andar a fare il garzone su alla miniera. Per la ditta Sigma ho fatto il manovale per poco, perchè mi hanno lasciato a casa per Santa Barbara e in primavera non mi hanno richiamato. Facevano così: in inverno lasciavano a casa la manovalanza e tenevano solo i minatori e i lavoratori di prima. Le decideva il padrone quelle robe lì. 
Poi nel 1958 sono stato assunto dalla ditta Maffei e ho lavorato lì fino al 1962. Anche in questo caso il contatto l'ho avuto grazie alla mamma che era come l'infermiera del paese perchè sapeva fare le iniezioni e la chiamavano tutti. Ho iniziato nel mese di maggio in Val Cornèra. Portavo fuori il materiale dalla miniera con i carrelli da 32-35 quintali spingendoli a mano perchè all'epoca non c'era il locomotore.
Poi mi hanno spostato a lavorare nello stabilimento: ma c'era troppa polvere e nel 1962 ho lasciato la ditta e sono andato a fare un altro lavoro.
Dal 1962 al 1966 ho fatto un altro mestiere.
E poi nel 1966 sono stato assunto dalla ditta Baritina. In autunno di quell’anno sono andato in Marìgole dove ho fatto il teleferista per sedici anni, però se c'era bisogno andavo anche in miniera a fare il minatore o a portare fuori il materiale: bisognava adattarsi a fare di tutto.
Nel lavoro con i colleghi mi sono sempre trovato bene, c'era buona armonia tra di noi. Tra gli operai eravamo come fratelli. È inutile: quando sei sempre dentro nel buio e i pericoli sono tanti, c'è solidarietà. Il lavoro si imparava dagli altri più esperti e anziani mentre si facevano le cose: si andava in due, un manovale specializzato e il secondo. Quando ho cominciato avevo diciasette anni e stare sempre al buio mi pesava. Però invece di prendere la valigia e andare all'estero, io e altri abbiamo preso 'l nòs prosàchì, lo zainetto sulle spalle e siamo saliti alle miniere. Era dura comunque: ho visto gente ritornare a Darzo dopo pochi mesi perchè il pane della Svizzera era molto duro.
Con i padroni bisognava essere disponibili a fare di tutto ma mi sono sempre trovato bene con i capi: prima con Innocente Zanardi alla Maffei e poi con Gianvittorio Tanghetti alla Baritina. Comunque anche per la famiglia era dura perchè partivo il lunedì e tornavo il venerdì o il sabato, poi certe volte non tornavo per stare a fare la guardia alla miniera perchè c'era la polveriera e solo chi aveva il tesserino della guardia giurata poteva restare. Così succedeva che tornavo a casa dopo 15 giorni.

Mio papà si chiamava Angelo Marini "Giòti" ed era del 1895 ed è morto nel 1945. Ha lavorato per la Maffei, ma prima per Macario nel 1935-36 che poi ha chiuso perchè non trovavano più niente. Avevano la miniera in Val dai Corf.
Poi ha lavorato in giro per l'Italia e, nel 1938 ha cominciato a lavorare per la ditta Baritina fino al 1953. È andato in pensione perchè risentiva dei disturbi al cuore dopo un incidente che aveva avuto durante la Prima Guerra mondiale, quando era rimasto sotterrato dall'esplosione di una granata. Un amico ha visto il suo piede che spuntava dalla terra e lo ha salvato.

Mio fratello Silvio Marini "Giòti" era nato nel 1927 ed è morto 2 mesi fa. Ha fatto il camionista per la ditta Beltrami e Rinaldi che portava via la barite per la Corna, ma se serviva anche per la Maffei. Ha lavorato così dal 1950 al 1960 e poi si è messo in proprio.

Mio fratello Giulio Marini "Giòti" ha lavorato sia per la ditta Corna che per la Maffei, ma poi ha lasciato e è andato a lavorare nell'edilizia.

Mi chiamo Marta Beltrami. Sono nata a Darzo nel 1933 e sono sposata con Vigilio Marini. Ho lavorato come cernitrice della barite per la ditta Maffei dal 1950 al 1957.
Ho cominciato quando si è sposata mia sorella più vecchia e ho preso il suo posto. Il lavoro, soprattutto all'inizio era duro.
Mi ricordo il freddo in inverno. Il nastro trasportatore passava e noi donne dovevamo scegliere la barite in base alla qualità: la bella, la brutta e il falso. Per scaldarci avevamo un secchio dietro la schiena con il fuoco: mentre in due sceglievamo, per esempio, la barite super più grossa, saliva il fumo ed eravamo tutte circondate. Avevamo il fazzoletto legato in testa, gli zoccoli di legno e la vestaglia. La stanza dove lavoravamo all'inizio era tutta aperta e vicino a noi c'era la macchina "lavatrice" per lavare la barite. Poi ci hanno trasferito di sopra al chiuso con i vetri, ma dovevamo comunque lasciare tutto aperto perchè altrimenti c'era troppo fumo e gli occhi lacrimavano. Sette anni ho fatto così. Guadagnavo pochissimo, adesso non ricordo quanto, ma era comunque importante. Si cercava sempre di fare qualche ora in più per guadagnare qualcosa. In famiglia eravamo tre sorelle e mia mamma vedova perchè mio papà è morto che avevo 10 anni. Anche quando andavo a scuola bisognava aiutare con le bestie e in campagna, quindi in maggio e ottobre avevo l'esonero scolastico. Davo tutto alla mamma che comunque faceva la spesa con il libretto a credito e pagava alla fine del mese. Poi mia mamma prendendo un po' ogni tanto dal mio stipendio, mi ha comperato la dote per il matrimonio.
Lavoravo dalle 4.00 di mattina a mezzogiorno o da mezzogiorno alle 20.00. Noi chiamavamo questi turni le "sciolte". Quando si aveva il turno di mattina ci si alzava alle 3,30 d'inverno con il freddo. Poi la strada non era asfaltata e c'era buio. Ci si aspettava una con l'altra ed eravamo circa 10 per turno. Una mattina mi ricordo che stavamo andando in giù, verso la Maffei, e all'altezza della Santèla del Buon Consiglio, c'era un uomo sdraiato che dormiva: che paura avevamo a passare! Allo stabilimento non facevamo solo le cernitrici, se comandavano bisognava fare anche altri lavori: spazzare il pavimento del mulino, sbattere i sacchi della barite sulla strada contro un muro così eravamo tutte bianche di polvere. Durante i turni di lavoro non erano previste pause per fare merenda. Quando avevamo il turno di mattina alle 4.00 mi portavo dietro il termos con il caffè latte e il pane, ma bisognava mangiare mentre si lavorava. Non c'erano neanche le ferie, perchè nei mesi invernali quando il lavoro calava semplicemente ti licenziavano e poi, se c'era ancora bisogno, ti riassumevano in primavera.

Mio papà si chiamava Olimpio Beltrami "Tonai" era del 1897 ed è morto nel 1944 per le complicazioni a seguito di un colpo ai reni preso mentre trasportava a valle con le slitte il carbone che facevano in montagna per guadagnare qualcosa di più oltre il lavoro che già faceva. Ha lavorato per la ditta Maffei, ma non so se in miniera o nello stabilimento e non mi ricordo il periodo.

Mia sorella più grande Clelia Beltrami ha lavorato alla Maffei grazie al suo fidanzato Tullio Donati, che poi è diventato suo marito, che lavorava come elettricista e aveva buoni rapporti con il proprietario, il dottor Italo. Poi quando si è sposata sono subentrata io al suo posto.

Anche mia sorella più piccola Olimpia Beltrami ha lavorato come cernitrice alla Maffei.

Intervista effettuata nell’ottobre del 2010 a Darzo.