Bartoli Emilio
Rocca Pietore (BL) - Darzo (TN)


"Il lavoro in miniera è particolare: entri che fuori c’è il sole che spacca le pietre e ti fai un programma in testa. Poi quando esci la sera c’è la neve alta cinque centimetri. Si perde la cognizione del tempo."
  Mi chiamo Emilio Bartoli.
Sono nato a Rocca Pietore in provincia di Belluno nel 1952 e abito a Darzo dal 1977. Sono sposato e ho due figli.
Tramite l'Istituto Minerario di Agordo ho saputo che a Darzo cercavano un perito. Mi sono quindi presentato al colloquio e l'ingegner Piero Corna e il perito Tanghetti mi hanno preferito ad altri due candidati. Nel 1977 ho cominciato a lavorare alla Mineraria Baritina come perito minerario e sono andato in pensione nel 2004. L’unica cosa su cui non eravamo d’accordo, ma sono riuscito a vincere subito, era il fatto di restare a dormire in Marìgole durante la settimana: io ho dato la mia disponibilità a venire su in ogni momento quando fosse stato necessario, ma se non era necessario tornavo a dormire a casa mia. Ho sempre lavorato in Marìgole. In quegli anni raggiungere Marìgole non era comodo: il viaggio per andare su si faceva in Land Rover dalla parte di Faserno e soprattutto d’inverno era problematico. Mi ricordo che c’erano i più tosti che aprivano la strada a piedi e scendevano nella neve fino alla cintura. La strada direttamene dal paese è stata aperta solo vent'anni fa, forse meno. Su però si stava bene: avevamo la mensa che è sempre stata una cosa che oserei dire eccezionale con Giulio Cosi bravo cuoco e avevamo le camerette: quando eravamo in tanti stavamo più alle strette, ma negli ultimi anni si stava anche due per camera.
Il mio compito era quello di seguire e organizzare tutti i lavori; cosa che è anche impegnativa perché ognuno ha il proprio carattere. Poi nel mio piccolo quando potevo davo una mano. Per chi non è pratico un fattore importante era organizzare le coppie di minatori, solo in casi eccezionali andavano in tre. Bisognava avere una certa abilità a formare queste coppie di lavoratori in base all’esperienza, alla forza fisica e al carattere di ognuno. La coppia era necessaria sia per la sicurezza, che per il tipo di lavoro che si andava a fare: uno fa una cosa e l’altro tiene un utensile o segue il lavoro dell’altro. Se c’era molto lavoro si potevano fare anche dei turni di otto ore durante il giorno: “la prima”, come si diceva dalle quattro alle dodici e il secondo turno dalle tredici alle 20,30. In via eccezionale si lavorava anche di notte, quando c’era molto lavoro, oppure se qualche lavoratore doveva andare via un determinato giorno e non voleva che si segnassero le ferie. C’era sempre la massima elasticità tra i lavoratori per andare uno incontro all’esigenze dell’altro. Io andavo a controllare il lavoro che facevano e quasi sempre non c’erano discussioni perché ognuno faceva il proprio lavoro. Anche se qualche macchiolina c’è sempre e quando serve bisogna essere un po’ duri con il rischio di non essere ben visti. Io facevo dei giri tra i cantieri dislocati in varie sezioni e diversi livelli delle gallerie e tra l’uno e l’altro ci poteva essere un dislivello di 100 metri e una distanza di 600 metri. Poi, se c’era un cantiere particolarmente difficile si seguiva di più.
Il perito minerario è il geometra della miniera. Fa i rilievi delle gallerie con la particolare difficoltà di segnare e illuminare i punti di riferimento per lo strumento di rilevazione, di trovare lo spazio per sistemarlo in bolla e mettere a fuoco. Questo è il lavoro più bello. Poi una volta fatto il rilievo va messo su carta e all’epoca non c’erano i computer, ma si usava il libretto di campagna che si compilava quasi al buio, a matita. Una volta sul tavolo si trascrivevano i dati su delle tabelle e si traducevano su foglio millimetrato in scala 1:500. Quando non si riusciva a fare il rilievo con lo strumento si usava la bussola, ma i risultati erano molto meno precisi, perché l’ago della bussola è sensibile al ferro dei binari, alle reti, alla rulletta del metro che mettevo in tasca. Infatti, quando si facevano i rilievi con la bussola, si usavano lampade in ottone per evitare i campi magnetici. Era un lavoro molto delicato: sbagliare anche di qualche grado il rilievo, significava magari far avanzare la galleria dalla parte sbagliata, far lavorare per niente, far perdere tempo e denaro. Non si poteva sbagliare.
Nel corso degli anni ho visto cambiare il modo di lavorare: quando sono arrivato io nelle perforazioni si usava già l’acqua, quindi, polvere non ce n’era. Anche se c’erano ancora degli operai, prossimi alla pensione, che perforavano a secco in una nuvola bianca: gli ho chiesto se erano matti e perché lo facessero. Mi hanno risposto che in quel modo prendevano più punti per andare in pensione. Un altro fattore di grande cambiamento è stata l’introduzione delle pale gommate che non dovevano più andare sui binari e che ruotano su se stesse.
Questo è stato possibile perché è aumentata la sezione delle gallerie grazie alla ripiena cementata introdotta all’inizio del 1976 ed è andata a regime nel 1980. Prima di questa tecnica le gallerie si facevano larghe al minimo e si lasciava sempre un pilastrino di sostegno. Con l’avvento della ripiena cementata si aprivano delle gallerie che funzionavano come dei corridoi di distribuzione verso le stanze di una casa. Una volta arrivati in fondo al corridoio si apre una prima galleria laterale come, ad esempio fosse una stanza. Una volta tolta la barite da questa galleria, la si riempie di calcestruzzo e poi si ritorna indietro in ritirata chiudendo anche il corridoio. Poi si lascia un po’ di materiale come pilastro e dopo un po’ si apre un’altra galleria e si procede come prima sempre a ritroso fino alla fine del corridoio. In questo modo si potevano fare delle gallerie importanti: larghe quattro metri, alte tre e lunghe dieci in cui è possibile lavorare con la pala gommata comodamente perché c’è lo spazio per mettere il tubo di alimentazione dell’aria compressa. La ripiena cementata ha reso più facile lavorare su livelli diversi garantendo la stabilità delle gallerie, e quindi la sicurezza dei lavoratori.
Non è vera la diceria che su, in montagna a Marìgole ci sono tanti buchi, perché da quando abbiamo usato la ripiena cementata sono stati risolti i problemi di stabilità. Io ho vissuto bene l’introduzione della ripiena cementata e siamo riusciti ad adottarla grazie all’intelligenza dell’ingegner Piero e del perito Tanghetti e un po’ anche grazie a me. Infatti, avevamo dei contatti con il Politecnico di Torino e ci scambiavamo dei favori, in pratica: loro ci mandavano qualche studente a fare tirocinio al quale io dovevo spiegare come funzionavano le cose, e per contro avevamo degli appoggi tecnici e degli scambi con altre miniere. In questo modo siamo riusciti ad adottare questo sistema innovativo grazie alla capacità dell’Ingegnere di vedere lontano. La figura dell’ingegner Piero per me ha significato molto, e non solo per le capacità professionali. Quando è mancato è stato come perdere uno zio, un maestro di vita. Il nostro rapporto è stato per me molto gratificante.

Intervista realizzata nel novembre del 2010 a Darzo.