Cominotti Costante
Darzo (TN)


"Non ho mai avuto paura di niente: quando salivo di nascosto sulla teleferica mi mettevo in piedi sul bordo e facevo dondolare la cassetta per spaventare l'amico che era con me."
  Mi chiamo Costante Cominotti.
Sono nato nel 1928 Bione di Brescia sono sposato con tre figli. Sono venuto a vivere qui perché mia mamma era di Darzo e mio papà è venuto a lavorare qui nello stabilimento della Baritina.
Ho lavorato per la Baritina dal 1946 al 1950 in Marìgole, poi dal 1956 al 1986 nello stabilimento fino alla pensione.
All’inizio, a diciotto anni, facevo il carrettiere dentro in miniera: portavo fuori il materiale e lo ribaltavo nella tramoggia della teleferica che portava il materiale nello stabilimento. Dopo un anno circa ho cominciato a fare il minatore: allora si usava la mazza perché non c’erano i compressori. Uno teneva il ferro da mina e l’altro batteva con la mazza.
Era un lavoro malsano e nel 1950 mi sono ammalato avevo sempre un fortissimo mal di testa. Mi hanno portato a Pergine e quando ho visto le finestre dell’ospedale psichiatrico ho pensato: “divento matto sul serio”. Mi hanno tenuto dieci o dodici giorni per delle analisi molto dolorose, che non auguro a nessuno, per cercare come mai avessi questo fortissimo mal di testa. Alla fine il professore mi ha detto “Vai a casa, mangia carne di cavallo e riposati, cosa vuoi avere tamburo!” É stata un’esperienza che non dimenticherò mai, le dico solo questo. Siccome entrando in ospedale ti toglievano tutto, anche i soldi, quando mi hanno lasciato andare via sono subito corso a prendere la corriera. Stavo per fare il biglietto e mi sono accorto che ero senza soldi, ma non sono tornato indietro perché avevo paura che mi prendessero dentro di nuovo.
Nel 1956 ero stato licenziato dalla centrale [idroelettrica] di Cimego dove lavoravo perché mi ero assentato dal lavoro per una settimana per ragioni famigliari, allora ho chiesto al direttore Delaidini se mi prendeva a lavorare e poi sono rimasto fino alla pensione nel 1986. 
In stabilimento ho fatto di tutto: prima il mugnaio, poi sono stato su in lavanderia, e da ultimo ho fatto il teleferista. Ho visto profonde trasformazioni. Ad esempio quando ero su in Marìgole si saliva il lunedì a piedi e si iniziava a lavorare a mezzogiorno. Si mangiava al ristretto, a pranzo la polenta la faceva un operaio con la farina che portavamo noi e in più ci portavamo da casa qualcosa. Per colazione un po’ di pane e formaggio. Per cena mia mamma mi mandava con la teleferica una gamella con la minestra. Allora io quando veniva l'ora, andavo a prenderla e la mettevo a scaldare sulla forgia che c’era all’imbocco della miniera e serviva per scaldare i ferri da mina e farci una bella punta. Poi ogni viaggio che facevo avanti e indietro per portare fuori il materiale la assaggiavo per sentire se era calda, così alla fine quando era ora di cena la gamella era vuota.
Che vita, dai 18 ai 22 anni avevo sempre fame. E così per una cosa o per l’altra mi è venuto l’esaurimento: forse anche il fatto di andare per tante ore sotto terra.
Dal punto di vista economico soldi ce n’erano pochi e alla fine del mese bisognava tirare la cinghia e basta. Per dormire si stava in un camerone senza riscaldamento e si andava a dormire vestiti. Le racconto come una volta mi sono salvato la vita in miniera. Il sabato non si lavorava dieci ore come gli altri giorni, si faceva dalle due del mattino alle dieci e poi si scendeva a valle. Ma uno doveva restare su di guardia, da solo e doveva svuotare la tramoggia della galleria e portare il materiale nella tramoggia della teleferica che lo trasportava a valle.
Quel giorno toccava a me e bisogna dire che io ero un po’ rischioso. Siccome la tramoggia della galleria dove aveva lo sportello da aprire aveva come uno steccato di legno per fermare il materiale. Succedeva però che se c’erano pezzi grossi il materiale si bloccava. Allora avevano fatto come un cunicolo in parte per salire e con dei bastoni lunghi a muovere il materiale quando si bloccava, poi una volta che si era svuotato, un po’ sempre con il bastone spingevi qualche sasso che fermava il materiale in modo da svuotare il carrello e così via. Se fossi stato con qualcun altro e non solo avrei potuto salire, sbloccare il materiale e restare su fino a che dopo due o tre viaggi con il carrello la tramoggia fosse svuotata. Così sarei riuscito a uscire del cunicolo da sopra o da sotto. Invece ero solo e non sono riuscito a fermare il materiale perché non c’erano sassi grossi ma solo materiale fine che mi ha chiuso l’uscita dal cunicolo da sotto. Ero rimasto chiuso dentro. Allora ho cominciato a scavare con le mani e sono venuto fuori come un serpente. Sapevo che era rischioso fare questa cosa da solo. Rischiavo di restare lì fino al lunedì e fare la fine del topo. Questa cosa qui me la ricordo.
Anche adesso non ho paura di niente e i miei figli e mia moglie si preoccupano. Ma sono sempre stato così: quando dovevo salire in miniera aspettavo che passasse la teleferica in un punto e saltavo dentro e per far paura al mio amico che veniva con me salivo in piedi sul bordo e facevo dondolare la cassetta per spaventarlo. Negli ultimi anni quando lavoravo nello stabilimento e alla teleferica facevo giornata o dei turni, ma comunque venivo a casa a mangiare ed era tutto più stabile e tranquillo.

Mio papà si chiamava Battista Cominotti era del 1887 ed è morto nel 1967. Era originario della provincia di Brescia. Abitavamo con la famiglia a Bione e quando avevo quattro anni sono venuto a stare dalla nonna, dalla mamma di mia mamma che era di Darzo. Dopo qualche tempo si è trasferita qui tutta la famiglia. Mio papà ha lavorato nello stabilimento della Baritina per quattro o cinque anni. Eravamo otto fratelli più la nonna e i genitori, c’era tanto da lavorare. Io ero il quarto. I primi tre fratelli erano figli di una prima moglie di mio papà, io ero il più vecchio della seconda.

Tre dei miei fratelli hanno lavorato per la Baritina: Francesco Cominotti, chiamato Rino, che era del 1921, lavorava nello stabilimento, mentre gli altri due fratelli Luigi Cominotti che era del 1923 e Severo Cominotti che era del 1929 hanno lavorato all’inizio anche in miniera. Una volta Luigi era dentro in galleria con Rodolfo Grassi di Lodrone e stavano facendo i fori con lo stampo, o ferro da mina, e dietro di loro è franato giù e ha chiuso la galleria, così sono rimasti dentro diverse ore prima di riuscire a liberarli e stava finendo l’aria. Quando ero bambino al pomeriggio invece di andare a scuola dovevo portare le capre al pascolo. Mi ricordo che a mezzogiorno mia mamma faceva la polenta, la metteva su una sedia, ci buttava in mezzo il latte di capra e si mangiava tutti insieme dal paiolo. Non restavano neanche le croste. Dopo la guerra le cose sono migliorate.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di novembre del 2010.