Beltrami Costante
Darzo (TN)


"Dell'attività mineraria a noi gente del posto è rimasta l'esperienza del lavoro e le paghe che hanno permesso di mantenere le famiglie, ma i soldi li hanno fatti i padroni. Se a quei tempi il comune avesse chiesto una lira al quintale, al paese sarebbe rimasta più ricchezza. Ma a quei tempi bastava il lavoro e sembrava già tanto."
  Mi chiamo Costante Beltrami. Sono nato a Darzo nel 1936 sono sposato e ho tre figli.
Ho cominciato a lavorare con mio papà che era autotrasportatore per la Mineraria Baritina. Era in società con Lino Rinaldi fino al 1951, poi si sono separati. Trasportavamo barite, ma io ne ho trasportata poca perchè quando avevo diciotto anni mio papà è morto.
Dopo la morte di mio papà fino al 1954 la ditta Rinadi ha continuato a trasportare barite per la Mineraria Baritina, mentre io ho cominciato a trasportare inerti dalla cava e la mia ditta sta continuando con mio figlio. Dal 1970 ho trasportato per la ditta Maffei il feldspato da Pinzolo a Darzo, perché quando hanno chiuso la miniera di Val Cornèra hanno lavorato feldspato. Ho lavorato sette o otto anni con il dottor Italo [Maffei] che era una buona persona anche se un po’ tirchia, però ha sempre pagato e quando diceva una cosa era quella. Una volta morto lui tutto si è un po’ sfaldato perché mancava il timone.
Erano persone in gamba, i Maffei. Mi ricordo anche il signor Carlo Maffei, il capostipite: era un tipo affabile che si fermava a parlare con gli operai come un artigiano, ma aveva la vista lunga.
Però ho conosciuto anche i Corna perché da giovane andavamo su spesso in Marìgole con mio papà insieme al signor Emilio e al signor Vittorio Corna, a visitare la miniera. Mi ricordo i cameroni, cioè grandi gallerie, con i pilastri di barite che tenevano su la volta, poi al piano superiore ce n’erano altri. Poi dopo non hanno più permesso di lavorare così, perchè erano pericolosi. Infatti la Provincia intorno alla metà degli anni Settanta ha obbligato la ditta a gettare del calcestruzzo al posto del materiale estratto e non lasciare, così, quei vuoti pericolosi. Il calcestruzzo lo facevano lassù: era molto magro con poco cemento e molto inerte. Usavano i sassi leggeri di scarto che restavano dal processo di arricchimento della barite, li portavano su dallo stabilimento prima con la teleferica, poi dagli anni Settanta quando è stata fatta la strada da Pice a Marìgole passando per la via per Faserno anche con i camion, quelli del Giancarlo Donati che è andato avanti e indietro per vent'anni. Poi nel 1982 è stata fatta la strada da Darzo a Marìgole che poi continua su fino alle malghe. La teleferica è stata abbandonata dopo che hanno fatto la strada perché aveva bisogno di molta manutenzione, di operai che la guidano. Penso che sia stata fermata definitivamente nel 1985.

Mio papà Emanuele Beltrami era nato nel 1904 ed è deceduto nel 1954. Ha cominciato nel 1927 a fare il trasportatore della barite per la ditta Mineraria Baritina assieme a Lino Rinaldi, prima con i carri trainati dai muli, poi con il 1930 sono arrivati i primi camion con le ruote piene, senza cabina con la lampada a carburo. Portavano il materiale da qui al mulino di Vestone che era ad acqua e non costava niente di corrente per far girare le pale di pietra. Una volta macinato insaccavano la barite e la portavano alla stazione di Rezzato. Solo qualche anno dopo hanno costruito a Darzo lo stabilimento e hanno trasferito tutto qua. Ci mettevano un giorno per fare un viaggio. Era un gran sacrificio. Poi con i primi camion con le ruote piene saranno riusciti a fare al massimo due viaggi al giorno perché non andavano a più 25 km all’ora. Le strade erano bianche e piene di buche, poi si caricava e scaricava a mano.
Poi dopo la guerra con i camion più moderni la barite veniva trasportata a Milano, Genova, Torino, un po’ dappertutto, anche per i pozzi di petrolio italiani, quella di scarsa qualità. Veniva polverizzata e la mettevano per impermeabilizzare il fondo dei pozzi. Negli ultimi anni mio papà lavorava soprattutto in officina sui motori, perchè era un meccanico molto esperto e io ho lavorato molto con lui dopo la scuola. Infatti a quei tempi i mezzi avevano bisogno di molta manutenzione per funzionare e ci si ingegnava a sistemare i pezzi dei motori dei camion. Sembra un’era molto lontana da adesso.

Mia mamma si chiamava Lidia Beltrami dei "Tonalì". Era nata nel 1911 ed è deceduta nel 1991. Faceva la cernitrice alla Maffei, per scegliere la barite in base al colore. Poi la Maffei ha introdotto un macchinario americano che frantumava la barite e sceglieva automaticamente il sasso bianco da quello più scuro e così hanno licenziato tutte le donne.

Mio zio Albino Beltrami "Tonalì" era socio del signor Carlo Maffei, "il Barba", quando ha aperto l’attività qui a Darzo. Ma siccome in tempo di guerra la barite non si vendeva più la ditta aveva un grosso debito con la Cassa Rurale, mio zio si è tirato fuori dalla società per paura dei debiti e del rischio. 

Intervista effettuata a Darzo nel mese di novembre del 2010.