Piccinelli Attilio e Rinaldi Antonietta
Pisogne (BS) e Darzo (TN)


"Quando lavoravo in galleria non avevo proprio paura, però era pericoloso. Mentre ero su c’è stato uno che è rimasto sotto una frana ed è morto. Mi ricordo che quando il mio povero papà ha smesso di fare il capo miniera, l’ingegner Piero Corna ha chiesto: “Chi vuole fare il capo miniera?”. Io gli ho detto subito: “Io no.” Attilio Piccinelli

Il dottor Italo e i capi erano severi con le cernitrici. Un giorno mi chiama: “Antonietta!, vai a casa”. “Perché?”. “Perché parli invece di lavorare.” Mi hanno lasciato a casa due o tre giorni e poi mi hanno richiamato. Antonietta Rinaldi"
  Mi chiamo Attilio Piccinelli sono nato a Pisogne provincia di Brescia nel 1924. Sono sposato con Antonietta Rinaldi e ho tre figli.
Mio papà è sempre stato capo miniera per la ditta Corna nelle miniere che avevano in Lombardia. Quando hanno cominciato a scavare a Marìgole, è venuto qui a dirigere i minatori.
Nel 1938 si è trasferito a Darzo con la famiglia e prima andava avanti e indietro da Pisogne.
Ho cominciato a lavorare a quattordici anni su a Marìgole insieme al mio povero papà e sono rimasto a fare il minatore otto o dieci anni. Io non ho mai fatto le mine. Mio fratello Domenico Piccinelli che ha sempre fatto il capo miniera si ricorderà meglio di me. Più avanti ho lavorato alla teleferica sempre a Marìgole. Sono rimasto alla teleferica fino a quando sono andato in pensione nel 1976.
Preferivo stare alla teleferica piuttosto che dentro in galleria, perché si stava fuori all’aria ed era meno pericoloso. Comunque era faticoso anche questo. Andavo su il lunedì alle sei della mattina e poi scendevo il sabato. I primi anni si saliva a piedi poi si saliva con la macchina, una campagnola che portava su gli operai. Prima che costruissero la mensa, ci portavamo su il mangiare il lunedì e poi il mercoledì le mogli o le mamme mettevano sulla teleferica le robe da mangiare fino al sabato. Poi quando c’è stata la mensa con il cuoco si mangiava caldo a pranzo e a cena. Quando lavoravo in galleria non avevo proprio paura, però era pericoloso, mentre ero su c’è stato uno che è rimasto sotto un frana ed è morto.
Mi ricordo che quando il mio povero papà ha smesso di fare il capo miniera, l’ingegner Piero Corna ha chiesto: “Chi vuole fare il capo miniera?”. Io gli ho detto subito: “Io no.” E allora lo ha fatto mio fratello Domenico che aveva anche passione, mentre io ci tenevo meno.
Facevo questo lavoro perché non c’erano altri mezzi, era già tanto così. La paga era quella sindacale si stava a quello che dicevano, perché tanti non avevano neanche questo. Ho fatto anche la guardia alla polveriera il sabato e la domenica o alla festa e l’ingegnere mi aveva dato il fucile. Qualche volta passavano delle persone a chiedere informazioni per la strada per la Val Cornèra o anche per curiosare.
Quando lavoravo alla teleferica bisognava stare attenti ai fulmini dei temporali. Una volta stavo cambiando il carrello e sul cavo di acciaio della teleferica è arrivato un fulmine che mi ha preso la mano e il braccio. Sono rimasto lì che non potevo muoverli. Siccome in quel periodo c’era su mia cognata, la moglie del Domenico, nella casetta per le famiglie, mi ha fatto gli impacchi per farmi passare il dolore. Ho preso una grande paura anche per il rumore.

Mio papà si chiamava Giuseppe Piccinelli, era nato a Pisogne in Val Camonica, mi pare nel 1881. Ha lavorato per il Macario e per la ditta Corna prima a Pisogne poi qui ma è stato mandato anche in Val Canonica e in Sardegna sempre come capo miniera. È deceduto nel 1966.

Mi chiamo Antonietta Rinaldi sono nata nel 1928 a Darzo.
Ho lavorato per la ditta Maffei per cinque anni dal 1946 al 1951 poi mi sono sposata con Attilio Piccinelli e allora quando ti sposavi ti lasciavano a casa. 
Lavoravo come cernitrice. Quando ho iniziato non c’era ancora il nastro trasportatore, ma si lavorava intorno a un bancone. Dopo qualche anno sono arrivati i nastri. Soprattutto d’inverno era molto brutto c’era tanto freddo, perché lavoravi con le mani bagnate all’aperto solo con un po’ di tettoia. Mia mamma mi aveva fatto delle mutande di lana lunghe fino alle ginocchia. Noi provavamo a scaldarci un poco con dei fuochi, ma non troppo perché se veniva il capo, il Bepi Armani, ci sgridava. Non avevo tanta paura di lui perché eravamo parenti, ma le altre ne avevamo molta. Ma anche il padrone, il dottor Italo era severo. Un giorno mi chiama: “Antonietta!, vai a casa”. “Perché?”. “Perché parli invece di lavorare.” Mi hanno lasciato a casa due o tre giorni e poi mi hanno richiamato.
A me non piaceva andare a lavorare, quando c’erano le sciolte, cioè i turni di mattina alle quattro perchè soffrivo il sonno. Quindi spesso piangevo. Pensavo: "Mi sposerò un giorno e non dovrò più venire qui a lavorare”. Poi alle otto arrivava il turno degli operai e ci portavano la colazione. Mia mamma dava a qualcuno il caffè latte caldo da portarmi. Poi continuavo a lavorare fino a mezzogiorno. Per un periodo ho lavorato la mattina dalle 4.00 alle 8.00 e poi riprendevo della 12.00 alle 16.00, ed era molto scomodo.
Il lavoro comunque serviva per comperare da mangiare.
Una volta bisognava trasportare le carriole piene di sassi e lo facevamo anche noi non solo gli uomini. Arriva il padrone e si ferma a guardarci mentre spostavamo queste carriole con grande fatica. Allora dico sottovoce alle mie compagne: “Adesso lo faccio scappare.” Quindi spingo la carriola vicino vicino a lui quasi gli vado contro, mentre gli dico “Òcio, òcio sior Italo!” Ha fatto un salto e se n'è andato. Era tremendo con le cernitici. Quando sapevamo che era in villa ci dicevamo tra noi “Silenzio che c’è il padrone” (Sìto che ghe 'l padrù) e allora quel giorno bisognava stare attente. Anche con il Bepi bisognava stare attente e mi gridava dietro di lavorare e non chiaccherare. Siccome lui andava a messa tutte le mattine alle sette, allora fermavamo il nastro e stavamo lì un po’ a chiacchierare fino alle otto. Ci voleva coraggio, ma lo facevamo anche se c’era qualche ruffiana che andava in ufficio a raccontare tutto.

Intervista effettuata nel mese di nobembre del 2010 a Darzo.