Scaia Lorenzo
Prezzo (Tn)


"Mi ricordo che alla fine di ogni anno arrivava la corriera da Trento, mandata dall'Inps e ci mettevano tutti a petto nudo per farci i raggi. Andava sempre tutto bene, ma però sono tutti morti per la prüssiéra. 

(*) Il termine “prüssiéra” deriva dal francese "poussière" polvere ed è entrato nel linguaggio dei minatori in molte località italiane, talvolta come "prussiéra" o "pussiéra". Lo si ritrova anche in Belgio tra i lavoratori italiani delle miniere di carbone, NdC.

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                  Sono nato a Prezzo nel 1945 e ho cominciato ad andare dentro la miniera della ditta Sigma che avevo 16 anni nel 1962 e ci sono rimasto fino al 1967. Lavoravo per 10 ore al giorno sempre in miniera dalla 7.00 a mezzogiorno e dall’una alle 17.00 o 17.30.,
            I primi anni non c’erano le perforatrici ad acqua e c’era talmente tanta polvere “prüssiéra”(*) che non entravano neanche le dita nel naso. Davano le maschere per respirare, ma non si poteva lavorare con le maschere. Si facevano due o tre forate al giorno per cercare la barite con le squadre dedicate alla ricerca, e altre che andavano verso il filone. Cimarolli Pasquino di Baitoni era il capo della miniera e ci diceva di non caricare tanto con l’esplosivo, perché la barite doveva venire fuori grossa. C’erano due fratelli di Bondone, di cognome Cimarolli, che lavoravano come me a cottimo, facevamo avanzamenti per trovare nuova barite.
            Si lavorava a contratto: il capo cantiere Cimarolli Pasquino metteva i picchetti per stabilire l’avanzamento della giornata e pagavano 10 mila lire al metro di avanzata oltre questo lo stipendio. Però certe volte non ce la facevamo ad andare avanti perché franava giù tutto e in quel caso potevano tirarti giù soldi dalla paga mensile, anche se non l'hanno mai fatto. Però il capo cantiere  era buono e capiva che eravamo povera gente, cercava sempre di aiutarci quando ogni dieci o quindici giorni veniva su il geometra da Storo, Zanetti Severino, che misurava gli avanzamenti.
            Quando lavoravo io c'erano tre gallerie: una che era su in alta montagna dove arrivava la teleferica da Pice, dove c'era su il Salvatore Moneghini. Poi c'era un'altra miniera verso sinistra, verso la zona della Mineraria Baritina del Corna. E poi c'era un'altra galleria per le ricerche. Noi dovevamo scavare un tracciato di cinque o seicento metri di carrello con la locomotiva a nafta e facevamo gli esperimenti per trovare la barite, ma c'era solo quarzo. Questi pezzi di quarzo lo usavano per costruire le pale e macinare la barite. Comunque i cunicoli per trovare la barite si facevano anche nelle gallerie dove si estraeva già il materiale.
            Una volta estratta la barite restavano dei cameroni lunghi anche 50 o 60 metri tutti vuoti con dentro dei pali di robinia ogni due o tre metri perchè non franassero. Poi con gli scarti di altri avanzamenti si riempiva a mano un po' alla volta altrimenti crollava la montagna. Mi ricordo Guglielmo, “il Bersagliere” lo chiamavamo e che adesso è morto, tutti i giorni piegato a spingere il carrello avanti e indietro, perchè c'era solo una piccola pala meccanica ad aria e quindi si faceva tutto con la forza delle braccia. Insomma un “gran tribülar”.
             Le perforatrici erano ad aria, a secco quindi, senza acqua fino al 1967 quando sono arrivate le prime “atlas tigre” che erano una bomba: avevano un grosso pistone e scattavano con  una molla contro la roccia. Andavano avanti veloci, erano delle perforatrici enormi. Quindi hanno messo i tubi con l'acqua e le ventole per buttare fuori la polvere.
            Mi ricordo che alla fine di ogni anno arrivava la corriera da Trento, mandata dall'Inps e ci mettevano tutti a petto nudo per farci i raggi. Andava sempre tutto bene, ma però sono tutti morti per la prüssiera(*). Adesso siamo restati in pochi: sono morti i miei compagni di Riccomassimo, di Baitoni, il Salvatore Moneghini è ancora vivo, ma non era dentro il galleria. Anche mio cognato Maestri Dario di Prezzo è morto l'anno scorso e aveva fatto anche lui sei o sette anni in galleria e così anche il mio paesano Albino Balduzzi.
            A parte la polvere, si stava bene: c'era su la mensa e  funzionava bene con un bravo cuoco da Storo, Antonio Festa. Mi ricordo che allora il lunedì mattina ci portava su il Toni “Oio” di Storo con la jeep: l'appuntamento era alla Ca' Rossa a Storo e faceva due viaggi. Si arrivava su alla curva prima di arrivare a Pice e poi c'era ancora mezz'ora a piedi per arrivare al cantiere, perchè non c'era la strada. Se mancavi il primo lunedì ti segnavano su una lista attaccata al muro e il secondo lunedì di assenza ti davano i cinque giorni e poi ti mandavano a casa. In quegli anni lavoro non ce n'era e si prendevano bei soldoni. Tra stipendio e cottimo, se avevi voglia di lavorare, si arrivava anche a prendere 150 -160 mila lire che erano soldi sicuri tutti i mesi in busta, soldi veri non assegni. Quando mi sono licenziato nel 1967 e sono andato a fare il guardiacaccia prendevo 40.000 lire.
            Mi ricordo che fino al mercoledì si lavorava tranquilli. Quando era giovedì sera si cominciava a fare fracasso fino alle due le tre di notte: i Baitoni e i Bondoni e i “Bagòss” giocavano con i coltelli contro la porta e si bevevano case di birra e di vino fino alle tre di notte. Poi il giorno dopo il capo cantiere Pasquino, me lo ricordo sempre con  la lampada in cima al casco, passava  a in miniera controllare chi stava dormendo e chi lavorava.
            Si stava bene su, ma c'era quella maledetta polvere e l'ambiente era malsano: quando si “smarinava”, si tirava via con il badile il materiale dopo l'esplosione, restava il “poian” lo chiamavamo, il gas della polvere da sparo e venivi fuori stordito con il cuore che batteva a mille e bisognava stare fuori all'aria aperta mezz'ora per riprendersi. Se restavi dentro ci lasciavi la pelle. Quando sono andato a fare la visita ai polmoni ad Arco mi hanno trovato la polvere, ma si è  calcificata, e non è degenerata. Era una macchia e pensavano ad un tumore, ma quando ho detto che avevo lavorato in miniera hanno capito.
            In quegli anni nella valle altri lavori non ce n'erano e bisognava stare lì. Io ero un “bòcia” mentre gli altri erano tutti più anziani di me: i vecchi mi facevano fare questo e quello ma mi trattavano bene con simpatia e rispetto. Prima di andare in miniera lavoravo in malga, era dura senza orari e disagiati. Quindi mio cognato Dario che lavorava dal 1959-60 per la Sigma in miniera mi ha portato giù. Partivamo da Prezzo per andare a lavorare con la sua moto Guzzi: d'inverno mi ricordo un freddo tremendo e arrivavo che ero un pezzo di ghiaccio.
            Nel 1967 sono andato via perchè ho fatto domanda di fare il guardiacaccia e sono andato a Pinzolo e prendevo tre volte meno soldi, ma mi piaceva. Mi ricordo che dopo due mesi che lavoravo lì ho incontrato il perito Casotti da Predazzo. Parlando del più e del meno mi chiede come va e gli rispondo che qui faccio la fame. Mi consiglia di andare a Corvara dove la ditta aveva un'altra miniera, di non stare lì a patire la fame. Ma sono rimasto comunque a Pinzolo, fino al 2000 perchè la caccia era la mia passione.
 
Intervista effettuata a Prezzo, il 7 agosto 2014.

(*) Il termine “prüssiéra” deriva dal francese "poussière" polvere ed è entrato nel linguaggio dei minatori in molte località italiane, talvolta come "prussiéra" o "pussiéra". Lo si ritrova anche in Belgio tra i lavoratori italiani delle miniere di carbone, NdC.