Zontini Silvio
Storo (Tn)


" Si lavorava dalle 7:00 alle 11:00 e si riprendeva alle 13:00 perchè la montagna sul mezzogiorno fa sempre qualche sbalzo della roccia, qualche frana.
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  Sono nato a Storo nel 1927 e il soprannome della mia famiglia è “Panina”.
            Ho cominciato nel 1953 nelle gallerie lavorando 10 fino anche 15 ore al giorno, 53 ore alla settimana, sottoterra come le talpe.  In quegli anni non c'era lavoro in valle e quindi prima c'era su mio papà e quando ha smesso di lavorare, perchè era troppo vecchio, mi ha proposto di andare al suo posto. Ma siccome sentivo che tutti quelli che andavano in galleria di lamentavano, non tanto del lavoro ma delle condizioni di vita e della paga bassa non ero entusiasta e sono andato a provare ma poi sono rimasto fino al 1959.
            I primi tempi ero manovale poi fatta un po' di esperienza sono passato minatore. Si lavorava sempre in due in galleria: uno lavorava e l'altro teneva d'occhio la montagna, perchè era franosa, escluso quando si doveva usare la rivoltella, il martello pneumatico ad aria, che si teneva in due. Quando sono arrivato io la maggior parte del materiale buono della barite era già stato estratto e quindi facevamo tanti recuperi di materiale rimasto delle gallerie. Questo lavoro era pericoloso perché le gallerie erano una sopra l'altra e, quindi, togliendo la barite che faceva da volta si rischiava di fare il vuoto e generare dei crolli. Ho lavorato due o tre anni a fare recuperi, poi mi hanno mandato a fare ricerche di nuovi filoni. Perchè la Sigma, e anche la Maffei dall'altra parte, aveva una parte dei giacimenti che erano come i rami laterali di un albero e il tronco era dove scavava la ditta Corna, Mineraria Baritina, di Darzo. Noi eravamo un po' laterali. Quindi bisognava fare delle nuove ricerche in squadre per sfruttare tutto il possibile.
            Si lavorava e basta. Le condizioni di vita dei minatori erano magre: Avevamo il cantiere a Pice. Dormivamo in una baracca e vicino c'era un'altra costruzione con una cucina dove di cuoceva la polenta e si mangiava. Poi vicino c'era anche il magazzino delle munizioni. Per dormire avevamo dei paglioni “scartòs” in dialetto, fatti con le foglie di granoturco con sopra un telo in una stanza sempre polverosa e puzzolente con le assi del pavimento piene di terra, perchè non ci toglievamo mica le scarpe prima di entrare. Mi ricordo che, siccome il dottor Cima si era fatto un'amante di Storo e il Rigazzi Giuseppe che lavorava con me era suo parente un giorno ha chiesto a questa signora di chiedere al dottor Cima di mandarci su almeno un materasso o una rete. Così dopo qualche giorno sono arrivati su i lettini con le reti e i materassi nuovi e la vita è un po' migliorata almeno nel dormire. Invece mangiavamo peggio dei cani. Non c'era la mensa e la ditta passava due o tre etti di farina al giorno da far polenta, il resto del mangiare ce lo dovevamo portare da casa e ancora brontolavano perchè facevano perdere tempo quando le donne il mercoledì venivano allo stabilimento dove c'era la teleferica a portare le marmitte con dentro un po' di arrosto o altro da far portar su ai minatori. Ma d'altra parte noi andavamo su il lunedì e tornavamo il sabato e qualcosa dovevamo mangiare. Poi avevamo chiesto al direttore dello stabilimento, il Bèrghem, se invece della farina ci faceva arrivare della pasta e lardo per la minestra a spese della ditta, ma ci ha risposto che non aveva tempo di fare queste cose.
I bagni non c'erano, avevamo un gabinetto nel bosco a trenta- quaranta metri dalle baracche e appena alzati si orinava in fila nel piazzale. Poi c'era una fontanella  per lavarsi la faccia e basta. Per colazione una mattina a testa uno di noi si alzava un po' prima a fare il caffè che ce lo compravamo noi. Quando era pronto qualcuno ci metteva giù un po' di vino ed era la nostra colazione. Si lavorava dalle 7:00 alle 11:00 e si riprendeva alle 13:00 perchè la montagna sul mezzogiorno fa sempre qualche sbalzo della roccia, qualche frana. Così era la vita in miniera.
            La galleria più alta era a Paèr poi ce n'era un'altra a Pice dove facevamo le ricerche e dopo hanno aperto la galleria “Dora” circa centro metri sopra i fienili, che era il nome della figlia del padrone Cima, ma dentro c'era poca barite. Adesso se si guarda su non si vede più niente perchè è tutto bosco. Poi abbiamo cominciato a cercare verso a scavare verso “gli imbuti” di Marigole: all'inizio abbiamo trovato qualcosa poi più niente, perchè siamo arrivati contro i confini della miniera che corrispondevano al versante della montagna che piove verso Darzo, oltre non si poteva scavare.
            Mi ricordo una volta in cui me la non vista brutta un giorno eravamo al lavoro in due coppie, una andava verso Darzo e una dalla parte di Storo. Uno lavorava l'altro osservava la montagna: ad un certo punto vedo che si muove qualcosa e dico al mio compagno di scappare fuori mentre io andavo fuori a mettere i pressione la lampada a carburo per vedere meglio. Però il mio compagno ha capito solo di spostarsi e in quel mentre la montagna è franata. Allora il mio compagno esce ma non dalla parte dove ero uscito io e quindi non mi vede e pensa che sono rimasto sotto. Corre a chiamare la squadra che sta lavorando dall'altra parte. Tutto si è chiarito quando sono ritornato dentro con la lampada carica e mi ha visto sano e salvo. Ma questo era solo il minimo che capitava.
            Sempre per cercare nuovi filoni abbiamo fatto un foro ma siamo sbucati ancora nelle nostre stesse gallerie. In quegli anni lo sfruttamento dei filoni già conosciuti era al massimo: i filoni hanno un andamento inclinato verso l'interno dentro la montagna: le gallerie si sviluppano orizzontali su piani diversi collegate da degli imbuti che andavano giù sul “ribàs” il piano basso collegato alla teleferica. Non trovando più nuovi filoni si è cominciato a recuperare la barite lasciata a rinforzare le volte delle gallerie ma ad certo punto non si poteva portare via più niente. Gli ultimi tempi che ho lavorato lì, nel 1959, ormai i filoni si stavano esaurendo. Una volta per recuperare la barite il geometra come lo chiamavamo, ma non era geometra era assistente del perito, ci ha mandato su a sparare uno dei “pilone” che reggevano la volta di un camerone nella parte alta della miniera. Abbiamo preparato le corde delle micce da quattro metri per avere il tempo di scappare attraverso le scale a pioli che erano si legno. Sarà stato di venerdì o sabato abbiamo cominciato alle 4:00 della mattina e quando siamo arrivati su il geometra era già su preoccupato perchè il pericolo era tanto, bisognava esserci per capire com'era. Le scale da fare per allontanarsi dall'esplosione saranno state di circa quindici metri per mettersi in salvo e si sparava con le micce non con l'innesco elettrico come adesso che è più sicuro. Un altro lavoro difficile era fare i camini, si chiamavano così i collegamenti inclinati tra i piani della miniera. Per costruirli si metteva un legno orizzontale e si lavorava in due con la rivoltella, uno con il martello pneumatico ad aria che pesava 30 chili sulla spalla a forare il porfido con la pressione di otto o nove atmosfere; anche la notte steso a letto continuavo a tremare. Per fare una volata si lavorava anche quattro ore perchè la barite è tenera, ma il porfido è secco e duro. Si faceva molta polvere e avevamo la mascherina, ma la galleria era stretta e per il polverone si vedeva appena dove era la lampada. Si cercava di pulire la mascherina ma era sempre intasata e quindi si respirava male e si vedeva niente.
            Il capo della miniera era Pietro Zanardi e veniva dalla Val Camonica; veniva dentro ogni quindici giorni e ci chiedeva come andava. Quando passava Zanardi ci sentiva parlare ci urlava di lavorare invece che chiacchierare,, ma non capiva che anche volendo in due contemporaneamente non si poteva lavorare nelle gallerie degli avanzamenti che erano molto strette. Invece dove avevano fatto le estrazioni al centro le gallerie sembravano delle chiese con le volte alte quindici o venti metri.
            Se devo fare un bilancio di quegli anni di lavoro, devo dire che mi sono trovato male per quanto riguarda il mangiare, il dormire e poi in generale le condizioni di lavoro. C'è stato un periodo quando avevano fretta di trovare altra barite, che ci facevano fare 12 ore al giorno più i venti o venticinque minuti per andare da Pice dove avevamo le baracche alle gallerie: al mattino si saliva, si lavorava sei ore, si scendeva a mangiare e un po' riposarsi, poi su di nuovo altre sei ore e giù ancora alla sera. Per fortuna che poi abbiamo trovato un piccolo filone, ci hanno dato 5.000 lire di premio e ci hanno lasciati un più tranquilli. La paga era sui 30.000 al mese.
            Con gli altri operai siamo sempre andati d'accordo, c'erano dei piccoli litigi ogni tanto come dappertutto, ma cose che finivano subito. Una volta mi ricordo che nel periodo in cui facevamo gli avanzamenti e lavoravamo 12 ore tutti di giorni, il dottor Cima ci ha fatto arrivare una damigiana di vino da bere insieme noi altri minatori. Allora anche chi lavorava nello stabilimento come mugnai o teleferisti in fondo pretendevano anche loro il vino. E quella volta c'è stato un po' di  malumore. Penso che il dottor Cima per il paese di Storo ha fatto tanto bene, invece non trattava bene gli operai; per esempio quando sono andato in pensione ho scoperto che negli anni che ho lavorato in miniera mi sono stati pagati meno contributi di quelli di cui avevo diritto perchè faceva figurare meno ore lavorate di quante ne avevo fatte realmente.
 
Mio papà si chiamava Salvatore Zontini era del 1887 ha cominciato a lavorare su miniera che aveva già più di 40 anni nel 1943 è rimato su 11 anni in galleria il suo lavoro consisteva nel portare con il carrello il materiale scavato nelle tramogge che lo portavano al livello della teleferica. Quando è divento troppo anziano lo hanno messo giù alla teleferica che comunque era un lavoro pesante perchè all'epoca non era automatica e bisognava tira giù staccare e attaccare le cassette e le carrucole. Alla fine lo hanno lasciato a casa.
 
Mio fratello Michele Zontini è venuto anche lui a lavorare in miniera con me nel 1958 ma è rimasto meno di un anno poi è andato via.


Intervista effettuata a Storo, il 7 agosto 2014.