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Antonio Scaglia "Nino"

Antonio Scaglia "Nino"

"Il nuovo lavoro è faticoso e anche pericoloso, e molti disagi si accompagnano ad esso, tuttavia sono sempre più numerosi gli storesi, i darzesi, i lodronesi che sperano di buttare la vanga nei solchi e di calcarsi in testa l’elmetto dei minatori."

(Antonio) Nino Scaglia, farmacista e scrittore, indimenticato "Spesial" (Storo, 1908-1994). Acuto, ironico e appassionato osservatore delle vicende del tempo e dei suoi concittadini ci ha lasciato un affresco vivo della vita quotidiana dei minatori di barite e delle loro famiglie negli anni Venti e Trenta del Novecento. Un racconto autobiografico scritto e pubblicato nel 1984 che abbiamo deciso di inserire tra le interviste di Ritratti di miniera perché ci fa capire molto del contesto di allora e dei racconti degli ex minatori di oggi.

È nel decennio che va dal 1925 al 1935 che parecchi dei nostri contadini abbandonano la terra e diventano minatori.
Alcuni intraprendenti industriali lombardi hanno scoperto che i monti di Storo, di Darzo e di Lodrone sono ricchi di quel prezioso minerale che va sotto il nome di barite, ed avuta la concessione hanno aperto delle miniere e cominciato lo sfruttamento. I primi minatori – baffi, spalle larghe, calzoni legati in fondo alle gambe – arrivano dalla Val Camonica, ma ben presto anche molti storesi – desiderosi di vedere finalmente qualche lira – vengono assunti in qualità di manovali, e, volenterosi come sono, non tardano ad imparare l’arte e diventare anch’essi minatori, o meglio mineurs, perché i maestri della Val Camonica, non senza una punta di orgoglio si chiamano appunto mineurs.

Il nuovo lavoro è faticoso e anche pericoloso, e molti disagi si accompagnano ad esso, tuttavia sono sempre più numerosi gli storesi, i darzesi, i lodronesi che sperano di buttare la vanga nei solchi e di calcarsi in testa l’elmetto dei minatori. Ma il numero dei posti è limitato e non sono pochi coloro che per farsi assumere ricorrono alla “raccomandazione” del parroco o del sindaco o di altri. In anni di miseria anche un lavoraccio come quello della miniera è una benedizione.

Ogni lunedì il mineur si alza prima dell’alba e fa una sgropponata di due ore (non retribuite) per trovarsi davanti alla galleria all’ora giusta. La giornata è di otto ore, che possono però diventare nove o dieci se le necessità dell’azienda lo richiedono. I pasti frugalissimi – polenta e un pezzo di lardo abbrustolito alla fiamma a mezzodì, minestrone alla sera – vengono consumati in rozze e mal connesse baracche di legno. Niente vino, né secondi (sconosciuti), né capricci. Poveri pasti che non si capisce come riescano a compensare il grande consumo di energia imposto dalla miniera. E i giacigli? Due vecchie coperte su un mucchio di foglie di faggio pullulanti di pulci. Insomma una vitaccia. La miniera oltre che pericolosa è sempre umida e spesso gronda acqua e infradicia i disgraziati costretti a rimanerci per ore, così che non di rado essi sono costretti – prima di sedersi a mangiare o prima di buttarsi sul giaciglio – a stare un’ora accanto alla fiamma del grande focolare per asciugarsi giacca e calzoni.
E tuttavia quando il mineur asciugato alla meglio e confortato da un cicchetto di grappa (la grappa consumata con oculata parsimonia è ritenuta indispensabile per prevenire ogni male) quando asciugato alla meglio – ripeto – si butta sul suo mucchio di foglie e si tira la coperta sulle spalle si addormenta di colpo e non basterebbe un cannone a svegliarlo … Il povero giaciglio assomiglia più a un covile che a un letto, le pulci che vi passeggiano a plotoni sono un tormento, l’umidità – penetra spesso nelle ossa -; tante volte il freddo è intenso, e tuttavia i mineurs sostenuti dalla giovinezza e dal miraggio della busta-paga, non solo dormono della grossa, ma il loro sonno è quasi sempre allietato da sogni di placidi riposi su morbidi materassi di lana, di belle fanciulle che occhieggiano dal buio delle gallerie, di lunghe e riposanti sedute davanti al tavolo dell’osteria…

E quando si svegliano al mattino il loro pensiero – eguale per tutti – è “un giorno di meno per arrivare a sabato”. Il sabato per il minatore non è solo una breve interruzione dei disagi della settimana, non è solo una parentesi fra due fatiche, ma è un giorno meraviglioso, un giorno che cancella – come non fossero mai esistite – le fatiche, le privazioni, le sofferenze d tutti gli altri giorni. E si noti che, il sabato, l’appena inventato “sabato fascista” non comincia alla mattina, o addirittura il venerdì sera come avviene adesso, ma comincia a mezzodì e talvolta – se c’è da preparare una “volata” per il lunedì – anche al tocco. La settimana corta non è ancora nata e dovranno passare degli anni prima che diventi una realtà. E anche l’assenteismo è un fenomeno che deve ancora nascere. Per allontanarsi dal lavoro il minatore se ha la febbre deve averne trattarsi di una frattura perché le botte, le ecchimosi, le ferite da taglio per il “capo-miniera” non contano niente. Per tutto questo il sabato è sempre un giorno bellissimo. Gli sposati lo attendono con ansia per abbracciare la moglie, gli scapoli per vedere la fidanzata, gli uni e gli altri per rifarsi dell’acqua trangugiata durante la settimana con delle bevute di vino da capogiro. Meno bella è – ovviamente – la domenica. C’è il riposo – è vero – c’è la messa, la partita a carte, magari la seconda bevuta, ma c’è fisso il pensiero del lunedì ed è un pensiero tormentoso. Il dover riempire lo zaino con le solite cose – il lardo, la salsiccia, le calze, la grappa ed il tabacco per essere pronti all’alba a infilare il sentiero della montagna è una indicibile malinconia…

Poveri cari pazienti mineurs! Io li ho conosciuti tutti, uno per uno e di tutti sono stato amico, anche di quelli più anziani di me, e parecchie volte sono stato invitato alla loro festa nel giorno di Santa Barbara… e quanti di essi se ne sono andati purtroppo prima del tempo… pochi, pochissimi sono morti di vecchiaia. La maggior parte se n’è andata con i polmoni ridotti a colabrodi dalla silicosi. La barite è un veleno. Un veleno lento, anzi lentissimo, ma subdolo e inesorabile. Come viene respirata esse scende nei bronchi e nei polmoni e li corrode, li tagliuzza, li fa ammalare quasi sempre in maniera irreversibile. E ai nostri giorni è peggio che negli anni di cui parlo. Dei vecchi mineurs che perforavano la roccia a colpi di mazza, qualcuno si salvava, dei mineurs di oggi – obbligati come sono a servirsi di quell’aggeggio infernale che è la rivoltella nessuno riesce ad evitare la silicosi. La rivoltella – che altro non è che un trapano elettrico – è meno faticosa della mazza e rende molto di più, ma la polvere minutissima che essa fa schizzare – nonostante ogni accorgimento protettivo – in bocca al malcapitato che la usa è una polvere assassina.

Ma chi le sapeva certe cose mezzo secolo fa? Chi sapeva o pensava che la polvere di barite, apparentemente innocua - è costituita in realtà da milioni di acutissimi ed affilatissimi coltelli che una volta respirati si annidano nei polmoni e ne lacerano i tessuti provocando in essi una lenta ma implacabile degenerazione? Nessuno lo sapeva e soprattutto non lo sapevano quei poveri ragazzi che si facevano raccomandare dal parroco o dal sindaco per essere assunti e ad assunzione avvenuta erano felici perché pensavano di aver finalmente voltato le spalle alla miseria mentre le avevano voltate alla salute.

Poveri, cari pazienti mineurs! Con quanta simpatia ricordo quelli che se ne sono andati, specie quelli che se ne sono andati prima del tempo! E con quanta tristezza penso che io stesso – che ero amico degli industriali della zona – ne ho raccomandato qualcuno… Qualcuno che se avesse continuato a fare il contadino potrebbe essere ancora qui in mezzo a noi… Ma chi lo sapeva che quello della miniera è un lavoro che uccide?

Scaglia Nino,  "I mineurs" in "Settant'anni di vita storese: avvenimenti, personaggi, ricordi", pp.133-136, Consorzio Elettrico di Storo, Storo 1984

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

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