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Bernardino Bernardi "Dino"

Bernardino Bernardi "Dino"

"Ho passato dei begli anni alla Sigma, ero felice perché il lavoro mi piaceva: quando mi alzavo la mattina il vicino di casa mi sentiva cantare e diceva: “Ehi Dino mi hai dato la sveglia anche stamattina!"."

Mi chiamo Bernardino Bernardi. Sono nato a Storo nel 1934. Ho cominciato a lavorare per la ditta Sigma Mineraria il primo gennaio del 1950. 
Avevo finito in giugno le scuole commerciali a Riva del Garda e a quei tempi non erano molti i ragazzi che studiavano oltre le scuole dell'obbligo. Prima ancora che finissi le scuole il dottor Cima mi disse “quando hai finito vieni a lavorare con me”, probabilmente ha influito anche il fatto che mio papà era il Sindaco di Storo. Gli serviva un impiegato che aiutasse il direttore, di cui però non mi ricordo il nome, perché lui andava e veniva da Milano,
Era una ditta mineraria, ma aveva al suo interno anche un'officina meccanica per le riparazioni degli impianti, e mi ricordo che il primo giorno di lavoro l'ho passato a pesare e contare dei bulloni che venivano prodotti per una ditta esterna. La prima paga che ho preso era di 18.000 lire.
Poi piano piano sono passato agli uffici e ho seguito il lavoro minerario anche in miniera, dove andavo due volte alla settimana. Infatti, anche se non sarebbe stata la mia mansione, il perito minerario Enrico Casotti mi ha insegnato a fare i rilievi e a metterli su carta e, quindi, io disegnavo le mappe delle miniere e degli scavi. Questa attività di rilevamento delle miniere è diventata per me una passione più che un semplice lavoro: nel coso degli anni facevo anche i disegni che poi sono andati depositati al Distretto minerario di Trento con la mia firma, e ci saranno ancora. Mi ero così specializzato che negli anni tra il 1965 e il 1970 la ditta mi mandava tre giorni alla settimana in Val Sarentino dove aveva un'altra miniera dismessa di fluorite.  Stavo lì a gestire la miniera e solo ogni tanto il perito veniva e dare un'occhiata ai lavori.
La miniera a Storo era a Pice-Paèr: a dire la verità la più vecchia era a Paèr che stava più in alto di Pice dove mi dicevano che avevano iniziato a scavare a mano con la mazza. Quando negli anni '50 sono arrivato io, i minatori avevano i perforatori ad aria compressa che però appoggiavano sulla spalla ed erano a secco, quindi producevano molta polvere. Solo negli anni '60 sono stati introdotti i servi sostegno per i perforatori e l'acqua che permetteva di abbattere la polvere. Si trattava sempre di perforatori ad aria compressa che però erano accompagnati da un getto continuo di acqua sulla punta. Mi ricordo che i minatori all'inizio non volevano i servi sosteno perché andavano regolati con una valvola prima di iniziare il lavoro, mentre loro erano abituati a tenere i perforatori a spalla e a regolarli man mano che si lavorava. Poi però una volta che si erano abituati guai a portaglieli via. Infatti questo sistema alleggeriva molto il loro lavoro: una volta sistemato il perforatore, spingeva l'aria compressa.
Poi da Paèr siamo gradatamente scesi a scavare verso Pice facendo delle nuove gallerie: la Oss Mazzurana era arroccata su in cima, la Dora e la Felice. Poi più in basso non abbiamo trovato più niente. Tra la prima galleria e la seconda c'era un dislivello di sessanta metri e per metterle in comunicazione abbiamo fatto il “fornello” più lungo al quale ho lavorato: partendo dalla galleria più bassa a quella più alta e siamo arrivati su anche giusti, due metri di differenza e li abbiamo superati con l'ultima volata. Di questo lavoro sono molto fiero perché i rilievi esterni delle gallerie e i disegni li avevo fatti io. Infatti mi chiamavano tutti geometra perché ero sempre lì a misurare.
Il sito di Paèr aveva un dormitorio e una cucina dove un minatore si occupava di di fare la polenta a mezzogiorno. Dopo negli anni '60 a Pice è stato rifatto tutto nuovo: un dormitorio con un corridoio e le stanze al primo piano e al piano terra la cucina e la mensa. Il cuoco che si chiamava Festa Antonio di Storo, cucinava molto bene: basti pensare che quando venivano dal Distretto minerario a fare i sopralluoghi di controllo preferivano fermarsi su a mangiare da noi, piuttosto che scendere al ristorante. Anch'io quando salivo con il perito minerario Casotti a visionare i lavori ci fermavamo volentieri  a pranzo e scendevamo dopo.
I miei rapporti con gli operai e con la direzione sono sempre stati ottimi. Il mio lavoro l'ho imparato mentre ero lì, diciamo che non ero partito con l'interesse per le miniere mi è venuto stando nell'ambiente. Così a poco a poco lavoravo come assistente del perito che mi lasciava fare: andavo negli uffici a Trento, disegnavo, facevo i rilievi, ispezionavo gli scavi e ho contribuito al progetto di alcune strutture: le linee elettriche, la nuova teleferica.
Mi è capitato anche di provare paura per situazioni di forte pericolo. Una volta, quando ormai la barite cominciava a scarseggiare, ero su nella miniera di Paèr con due minatori che stavamo verificando la possibilità di estrarre ancora della barite prendendola dalle colonne di materiale che avevano lasciato per sostenere la volta della galleria e che avevano anche sei metri di diametro, dove materiale ce 'era ancora molto e di buona qualità. Per poter togliere queste colonne in sicurezza bisognava, o armare con del legname, o riempire con dello scarto fatto venire su dalle altre gallerie. Per preparare questo lavoro stavano scavando una galleria di sicurezza, perché ogni galleria doveva avere due uscite per garantire la via di fuga nel caso di crollo. Stavamo quindi lavorando a questa via di fuga ed eravamo quasi arrivati all'esterno mentre nel frattempo i minatori stavano scavando la colonna di barite. Arrivo su a controllare i lavori e i minatori mi dicono che stavano cadendo dei sassolini dalla volta della galleria sopra la colonna di barite dove loro stavano scavando. Dico loro di fermarsi ed entro a verificare la nuova via di fuga e nel frattempo mi raggiungono anche loro. Mentre eravamo lì, sentiamo un rumore tremendo: era la colonna che cedeva e stava venendo giù la volta della miniera. Per lo spostamento d'aria le lampade dei minatori si sono spente, mentre la mia che aveva un disco di metallo che riparava la fiamma per permettermi di scrivere non si è spenta. In quel momento le gambe non mi sostenevano più: era venuto giù tutto e noi eravamo chiusi dentro e dovevamo trovare una via di uscita. Dopo più di un'ora con un po' di calma, decido di provare a passare sul crollo tenendomi ai tubi dell'aria, ero giovane allora. Ho trovato un po' di spazio e sono uscito. Una volta fuori ho battuto sui tubi dell'aria come d'accordo e anche gli altri due minatori sono usciti. Dopo per proseguire ad estrarre la barite delle colonne abbiamo scavato un'altra galleria e siamo andati avanti da lì.
Ho passato dei begli anni ero felice perché il lavoro mi piaceva: quando mi alzavo la mattina il vicino di casa mi sentiva cantare e diceva: “Ehi Dino mi hai dato la sveglia anche stamattina!”.
Negli anni '60 lavoravano su una ventina di minatori e forse di  più, poi il numero è andato sempre diminuendo perché il filone si stava esaurendo e poi è stato chiuso il cantiere nel 1976, anno in cui siamo passati alla Mineraria Baritina.
Io da allora ho smesso di andare su in miniera perché la Baritina aveva già i suoi tecnici minerari e poi su a Pice non c'era più niente da prendere. Il passaggio alla nuova proprietà è stato poco piacevole perché non siamo stati assunti direttamente ma acquisiti: ci sentivamo un po' lavoratori di serie “B”, ci siamo sentiti sottomessi. Il primo impatto insomma è stato un po' duro. Certo hanno avuto dei problemi ad impiegare tutti i dipendenti della Sigma, infatti con l'aiuto della Provincia, per non licenziare nessuno, hanno messo su un'officina meccanica che produceva per fuori. Certo alla Sigma lavoravano degli ottimi operai: ad esempio Moneghini Salvatore che faceva anche il teleferista, aveva imparato dal nonno a riparare le funi di acciaio e, quindi, si riusciva a ripare le funi senza ricorrere a ditte esterne. Ma tutti erano bravi e riuscivamo a farci un sacco di cose all'interno, anche la teleferica nuova a Pice, un impianto rotante con dei riduttori e una ventolina che serviva per frenare i carrelli, ce la siamo fatti da noi: abbiamo rifatto le palificazioni e rettificato la linea e costruito i pezzi in officina; io ho fatto i rilievi e i disegni di progetto. Siamo andati su a Condino a studiare come era fatta una teleferica che funzionava bene e l'abbiamo copiata da noi. Poi con l'esperienza sono andato sopra Lecco in un'altra miniera di gesso della famiglia Cima a fare un altro impianto a fune. Questa teleferica ha sempre funzionato e la ditta Baritina l'ha poi presa e installata nel suo stabilimento. Come anche la manutenzione della centralina elettrica, ci costruivamo i pezzi a mano con il tornio, altrimenti avremmo dovuto pagare una ditta esterna specializzata. Una volta mi ricordo che bisognava sistemare la turbina e la ditta specializzata che lo faceva era di Schio. Allora quando è venuto il tecnico abbiamo osservato come faceva e Zanetti Celestino un altro operaio molto bravo ha imparato come fare da allora la manutenzione l'ha sempre fatta lui.
Dopo che la ditta Sigma è stata acquistata dalla Mineraria Baritina sono rimasto undici anni a lavorare in officina meccanica sempre nello stabilimento di Storo fino alla pensione.
 
Intervista raccolta a Ponte Caffaro il 7 agosto 2014

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