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Leone Rinaldi

Leone Rinaldi

"Con piacere mi ricordo che in quegli anni la ditta organizzava delle gite aziendali si andava tutti insieme, anche con i capi e poi c’era sempre il pranzo della festa di Santa Barbara. Era una bella cosa perché vedevi che eravamo compatti, un gruppo unito."

Mi chiamo Leone Rinaldi sono nato a Darzo nel 1955. Lavoravo già da dieci anni per la ditta meccanica Piccinelli, ma siccome sapevo che alla Maffei si stava bene come lavoro e stipendio mi sono informato e attraverso dei conoscenti di qua sono riuscito ad avere l’incarico diretto.
Ho cominciato a lavorare per la ditta Maffei il primo febbraio del 1983 come addetto all’impianto di frantumazione dei materiali. Io seguivo il procedimento da quando il materiale arrivava con i camion e veniva stoccato nei silos. Poi il materiale si trasportava all’impianto F1 dove veniva frantumato e poi passava nel forno per essere asciugato. Una volta asciutto veniva macinato nei mulini e messo in altri silos di stoccaggio. Tutto questo procedimento, che ho descritto velocemente, era gestito da una cabina di controllo dove stavo io a seguire tutto il processo. Il lavoro mi piaceva e stavo bene: facevo i turni che potevano essere dalle 4.00 di mattina a mezzogiorno, oppure da mezzogiorno alle 20.00 o dalle 20.00 alle 4.00. Non era un lavoro di fatica, con le mani dovevo solo ogni tanto sistemare qualcosa, ad esempio, se si intasava la carretta e dovevi metter mano, ma altrimenti era un lavoro solo di controllo.
Il rapporto di lavoro con i colleghi e i capi era molto buono non ho mai avuto problemi.
Quando ci si organizzava il lavoro eravamo sempre disponibili uno con l’altro, ci si metteva sempre d’accordo bene. L’aspetto economico poi era ottimo, a quei tempi se si faceva anche la guardia la notte o il sabato e la domenica si prendeva molto bene in busta paga, rispetto a tutti gli altri lavori che si potevano trovare nella zona. Sarei rimasto lì volentieri fino alla pensione, ma purtroppo nel 1992 sono stato licenziato a causa degli esuberi. Infatti, verso il 1988-90 la situazione è cominciata ad andare male: chiudevano Giustino, c’era poco materiale a Trento chiudevano lo stabilimento. Nell’insieme era cominciata la fine. A quel punto siccome noi eravamo in tanti e il lavoro diminuiva, ci stavano i licenziamenti. Quando mi hanno lasciato a casa, pensavo che la cosa si sarebbe risolta al massimo entro qualche mese di mobilità e che poi mi avrebbero ripreso. Invece dopo un anno che ho avuto diritto alla mobilità ho capito che non avevo più speranze. Allora mi sono messo con mia moglie ad aprire un’attività di pasticceria e pizza la taglio nei locali al piano terra della mia casa qui a Darzo.
Questo lavoro è durato quattordici anni. Dopo abbiamo chiuso e ho lavorato un anno a Cimego e poi alla Sapes di Storo dove lavoro tutt’ora. 
Con piacere mi ricordo che in quegli anni la ditta organizzava delle gite aziendali. Ogni anno si faceva una gita di due giorni in Italia o all’estero si andava tutti insieme anche con i capi. Sono stato all’isola d’Elba, a Firenze, a Parigi, a Monaco. In più c’era sempre il pranzo della festa di Santa Barbara in val Rendena dove si andava tutti compatti: quelli di Trento, di Pinzolo e noi di Darzo. Era una bella cosa perché vedevi che eravamo qualcosa di unico. Poi alla fine si è sfaldato. Hanno tolto le gite perché non c’era più disponibilità, c’era meno lavoro. Il perché è andato tutto male non saprei: so che fino a quando c’era il figlio del dottor Italo, Carlo Maffei, le cose andavano bene, poi sono subentrati nuovi da fuori, la ditta Iris e altri, che non erano della famiglia e tutto si è sfaldato.

Mio papà si chiamava Remo Rinaldi. Di soprannome faceva “Marte” ed era nato nel 1924 ed è deceduto nel 1985.
Ha lavorato dal 1940 in poi prima per la Maffei, poi per la Corna anche in miniera in Val Cornèra e a Marìgole e dal 1950 è stato alla ditta Sigma. Molto probabilmente era malato di silicosi ma non abbiamo voluto riesumare la salma dopo morto per verificarlo. In quegli anni il lavoro era duro. Mi raccontava che saliva a piedi e ci volevano anche due ore di cammino e poi restava anche a fare le guardie da solo il sabato e la domenica o durante le festività. La strada non c’era si andava sempre per i sentieri di montagna a piedi, non come adesso che andiamo dappertutto in macchina. Siccome aveva un fienile in alta montagna, teneva anche le bestie e quindi dopo il lavoro in miniera d’estate andava a seguire anche le bestie. Ma in quegli anni si lavorava tanto e trovare un posto sicuro nelle ditte minerarie era come un posto statale, di quelli di una volta, perché adesso le cose sono cambiate anche per gli statali.

Mia mamma si chiamava Maria Marini e la sua famiglia era “Giacomane” di soprannome. Era nata nel 1925 ed è deceduta nel 2010. Lavorava per la ditta Maffei come cernitrice non mi ricordo gli anni, comunque sarà stato negli anni tra il 1940 e il 1950 prima di sposarsi. Poi ha fatto anche la domestica nella villa della famiglia Maffei dove teneva anche i bambini del dottor Italo. Quindi aveva un ottimo rapporto con la famiglia Maffei.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di gennaio del 2011.

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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