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Filiberto Adriano Faes

Filiberto Adriano Faes

"Cogli anni il lavoro allo stabilimento è diventato più leggero: il lavoro migliorava, ma gli operai continuavano a diminuire, eravamo 35 nel 1974 quando ho cominciato, poi 25, poi 20, poi 15, alla fine 10 quando sono andato in pensione del 1995."

Sono nato a Lodrone nel 1938, mi chiamano “Bèrto dei Conti” perchè la mia famiglia lavorava la terra dei conti Lodron anche per questo mi chiamo Filiberto come la contessa Filiberta. Ho lavorato per trent'anni per i conti prima di andare alla Maffei nel 1972 dopo che nel 1970  i proprietari hanno venduto la terra. Anche noi avevamo la campagna e le mucche, ma non rendevano abbastanza e poi bisognava fare tutto a mano. Quindi prima sono andato a lavorare alla ferriera di Odolo (Brescia) e in una stamperia a Storo e poi ho chiesto al mio coscritto Gino Danieli, che abitava vicino al direttore della Maffei Aronne Paoli  ed era suo amico, se c'era la possibilità di lavorare lì e mi hanno chiamato subito, ho smesso il vecchio lavoro il sabato e lunedì già lavoravo alla Maffei.
Facevo il mugnaio, e i primi anni erano tempi duri perchè si insaccava il materiale a mano con l'insaccatrice, dopo è andata meglio perchè hanno cambiato tutti gli impianti. Mi ricordo nel 1974 un giorno il capo Aronne Paoli mi dice “vai a casa e prendere la motosega che tiriamo giù tutto”. Infatti era tutto fatto in legno e abbiamo impiegato due anni a rifare tutto nuovo. Erano anni grassi: si mandavano via 2.500 quintali al giorno di materiale con due mulini che macinavano uno feldspato che veniva da Pinzolo e da Giustino e l'altro quarzo che veniva da Sondrio. Ne abbiamo fatto di lavoro a mangiare polvere! Mi ricordo che quando ero giovane e andavo a lavorare in montagna,  i minatori uscivano dalle gallerie tutti bianchi che non si capiva se erano uomini o orsi perchè scavavano con le rivoltelle ad aria e facevano molta polvere, infatti sono morti tutti giovani. Di quelli che hanno lavorato in miniera e che poi sono scesi a lavorare allo stabilimento con me non è rimasto più nessuno. Solo Carlo Igini, ma lui lavorava alla teleferica fuori e polvere ne ha mangiata poca. Anche chi lavorava allo stabilimento però mangiava polvere e non solo di barite. Quando hanno cominciato a lavorare il quarzo ci sono stati problemi perchè la polvere di quarzo è peggiore della barite: taglia i polmoni. Ho conosciuto alcuni che dopo vent'anni di lavoro con il quarzo sono morti a cinquant'anni.
Io non sono mai andato a lavorare su in Val Cornèra perchè l'hanno chiusa prima che cominciassi a lavorare per la Maffei, ma comunque sono andato su con altri tre operai a far saltare gli imbocchi con la dinamite perchè non entrasse nessuno a farsi male. Le gallerie erano lunghe anche 3 o 4 chilometri dentro la montagna. C'erano tre ditte: la Maffei, la Cima e la Corna Pellegrini. a Marìgole dove invece facevano la ripiena cementata e non ci sono stati problemi di crolli. Che mi ricordi io, morti ce ne sono stati solo due: uno con la teleferica era salito per andare su in miniera, anche se non si poteva farlo, ma la teleferica si è fermata e lui si è buttato dalla cassetta sopra il bosco.
Facevamo turni di 8 ore eravamo in 4 operai una settimana di giorno e una di notte i mulini andavano sempre: quando uno andava in ferie o si ammalava si doveva lavorare di più. Mi è capitato di lavorare la notte per due mesi di fila. Il capo era sempre lì perchè abitava nello stabilimento e di notte si saliva a chiamarlo se c'erano problemi poi hanno messo il telefono. Il mio lavoro consisteva nel controllare la macinazione: ogni ora dovevo fare il rapporto sulla quantità e bisognava segnare anche le fermate. Poi le schede andavano al perito che controllava il lavoro che avevi fatto. Se non macinavi bene il perito veniva a richiamarti, non si poteva scappare. Certe volte quando si faceva giornata si faceva pulizia. Ho fatto anche il muratore nei mulini per rifare il rivestimento. Ti chiamavano il sabato e ti pagavano due giornate. Quello era un lavoro brutto: bisognava tirare fuori le sfere di quarzo che macinavano, poi aggiustare il rivestimento e rimettere le sfere. Il rivestimento bisognava rifarlo una volta all'anno e lo si faceva in 5 o 6 operai, ma tutti i sabati andava dentro un operaio ad aggiustare dove si rompeva a riempire il buco con le mattonelle adatte. Sono andato anche allo stabilimento di Agrate a fare il rivestimento dei mulini.
Si stava bene alla Maffei, ogni anno si faceva la gita di tre giorni: eravamo giovani e si mangiava per tre, poi si ballava. Avevamo un mese di ferie e la tredicesima. Se facevi gli straordinari te li pagavano e anche tutti i contributi. Quando ho chiesto la pensione non ci sono stati problemi. Si andava tutti d'accordo non abbiamo mai litigato. Al primo agosto prima di andare in ferie, quando avevamo finito le pulizie, facevamo la cena tutti insieme e anche adesso ci incontriamo con quelli di Darzo o di Ponte Caffaro. Anche con i capi si stava bene: ne ho avuti tre. Uno, "Masini" di Anfo che lo vedo ancora al mercato, era un po' severo e teneva alla ditta più che agli operai, mentre Virgilio Ghidini e Antonio Masiero erano buoni.
Non si guadagnava tanto, ma la Maffei ha sempre pagato l’11 o il 15 di ogni mese. Le paghe erano divise per categorie: gli autisti prendevano, mettiamo per esempio, 150 euro, i meccanici 100 e noi operai 50 eravamo sempre gli ultimi. Abbiamo anche fatto delle manifestazioni a Trento quando hanno chiuso la cava di Giustino, ma era giusto chiuderla perchè si stava scavando la montagna e altrimenti restava solo la discarca. Poi hanno chiuso anche la miniera di Canezza e piano piano si è andati indietro. Quando ho cominciato eravamo 35 operai nello stabilimento ma poi di anno in anno calavano: ad un certo punto ne hanno licenziati in 11 in un colpo, perchè calava la richiesta. Ma la Maffei era arrivata con tutti gli stabilimenti in Trentino ad avere anche 1200 operai. Era bello perchè facevo i turni che mi permettevano di seguire anche il lavoro in campagna: fare il fieno e lavorare i campi di mio papà. Di notte alla Maffei e di giorno in campagna. Cogli anni il lavoro allo stabilimento è diventato più leggero: hanno messo un quadro che accendeva tutte le macchine in una volta, bastava schiacciare un bottone, mentre prima bisognava accendere le macchine una ad una. Dal quadro si poteva vedere se tutto funzionava bene se c'era un problema scattava l'allarme.
Il lavoro migliorava, ma gli operai continuavano a diminuire, prima 25 poi 20, poi 15, alla fine 10 quando sono andato in pensione del 1995.

Intervista raccolta a Lodrone il 28 febbraio 2013

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