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Luigi Cherubini

Luigi Cherubini

Finita la settimana di lavoro si pulivano le lampade, si andava nelle camere a raccogliere gli indumenti sporchi e giù verso il paese. Allora avevo poco più di 19 anni; avevo energie da vendere. Una volta ho voluto fare una scommessa con me stesso, vedere quanto avrei impiegato ad arrivare sulla porta di casa. Ero riuscito a scendere in 22-23 minuti.

Sono nato a Darzo nel 1949. Alcuni mesi fa ho visto in internet fotografie del sito di Marìgole così ho ripensato al periodo di lavoro in quelle gallerie. Quanti ricordi!

Con il diploma di elettromeccanico cosa potevi fare nella valle del Chiese? O emigravi all'estero o trovavi qualcosa da fare nei dintorni. Decisi di presentarmi ad Angelo, il direttore della Mineraria Baritina, per chiedere un lavoro. Mi sarebbe piaciuto fare il manutentore meccanico: al momento erano a posto.
Dopo qualche giorno mi chiamò e mi offrì il lavoro di mugnaio ad insaccare la barite. Sapevo come funzionava perché mio padre lo ha fatto per 30 anni; da ragazzino gli portavo spesso la colazione prima di andare a scuola. Non era un lavoro salutare. Nel locale dove mangiava c'era un grosso motore con lunghe cinghie per far girare il borlò; al piano terra si insaccava: aria secca impregnata della polvere di barite, macinata talmente fine da sembrare borotalco. Quando chiudeva il sacco si alzava una nuvoletta di polvere. Mio padre non voleva che rimanessi, perché era d'obbligo indossare la mascherina: l'aria ti entrava in gola seccandola. Accettai senza pensarci due volte, e per un mese rimasi ad insaccare barite, però non mi piaceva. Una mattina andai dal direttore a chiedere di essere mandato in miniera. Fu così che il lunedì successivo cominciai: era il 1 aprile 1968. Ho lavorato a Marìgole per un anno e un mese. Il primo giugno ‘69 dovevo partire militare. E così ho fatto. Terminato il servizio, il 1 dicembre 1971 mi ripresero in miniera fino al 30 novembre ’73.

IL PRIMO GIORNO IN MINIERA. Per primi imparai i nomi delle tre gallerie: Impero (la più bassa); Vittoria (quella in mezzo); Santa Barbara (sopra la Casa dei minatori). Era un'avventura quel lavoro: ero un pochino restio e nello stesso tempo incuriosito. Da ragazzo passare davanti agli imbocchi delle miniere e sentire l'aria fresca mischiata con l’odore delle lampade a carburo mi dava curiosità: chissà cosa facevano lì dentro! Il primo giorno Mènec, il capo, dopo aver dato disposizioni alle coppie di minatori, mi presentò un certo Pino, cui disse di portarmi alla galleria Santa Barbara. Doveva insegnarmi a condurre il vagone che portava la barite da dentro la galleria, dove c'erano le bocchette per il carico, alla tramoggia esterna del filetto. Pino prese dalla rastrelliera la sua lampada a carburo e ne prese una anche per me, insieme all’elmetto di plastica bianco mezzo rovinato. Lui davanti e io dietro, entrammo in galleria, fino a metà: il vagone passava a malapena; con la testa in qualche punto toccavo. Fortunatamente con l'elmetto non sentivo nulla; notavo dei tronchi laterali abbastanza grossi, che sostenevano una fila di pali tagliati a metà per la sicurezza della volta. Dopo aver caricato il vagone, Pino prese un paletto di robinia lungo poco più di un metro, stagionato e consumato, e mi spiegò che era il freno: ogni tanto bisognava usarlo per evitare che il vagone prendesse velocità. Guardavo perplesso: lo mise a metà fra la ruota davanti e quella dietro dove un gancio di ferro saldato al telaio del vagone serviva da blocco della parte anteriore.

L’AVANZAMENTO. Il venerdì o il sabato, prima di finire la settimana, i minatori dovevano far brillare le mine, così preparavano il marì, ossia la barite frantumata dallo scoppio, pronta per essere portata alle tramogge. I botti delle cariche si sentivano in quasi tutte le gallerie: ogni volata partivano dai 10 ai 15 colpi; ogni colpo era un tonfo al cuore. Sentivo addirittura lo spostamento d'aria. Contavamo i colpi di ogni avanzamento per essere sicuri che fossero partiti tutti, poi uscivamo. I fori in media erano lunghi 120 centimetri. Per ogni foro ci andavano 4 o 5 cartucce di polvere: la prima conteneva il detonatore; nell'ultima si metteva il boragio, o tappo, fatto con la carta dei sacchi dei viveri, ottima. Con un bastone si pressava bene; una volta riempiti i fori, alzando al massimo la fiamma della lampada si dava fuoco alle micce a lenta combustione. I fori centrali (chiamati falsi) sono i primi da accendere; seguono quelli della base della corona (sistemati ad una ventina di centimetri da terra) e subito dopo i fori alti della corona; infine i fori laterali. Una volta accese tutte le micce si usciva. Il primo colpo partiva dopo quindici minuti: il tempo per prendere una distanza di sicurezza. Se si faceva una volata prima di mezzogiorno, quando si entrava il pomeriggio non era tanto simpatico fare marì, perché la poca aria era impregnata di fumo acre delle mine che certe volte non riusciva a dissolversi. Alle perforatrici (che facevano un rumore bestiale, tanto che bisognava urlare per capirci) si innestava il ferro da mina dalla sezione esagonale e l'estremità in diamante con dei fori per far uscire l'acqua: quando foravano a secco si alzava il polverone. In genere durante la perforazione indossavamo stivali, giacche e impermeabili, perché l'acqua schizzava dappertutto. Quando si forava la parte alta della corona, l'acqua entrava nelle maniche di chi teneva il ferro. Per non dire dell'acqua piovana che usciva dalle pareti o addirittura dalla volta della galleria: lavorare in quelle condizioni non era piacevole.

I FORNELLI. Nel tragitto per arrivare al posto di lavoro c'erano scalette di ferro scivolose, quasi sempre bagnate. La possibilità di scivolare era sempre presente, mentre stavi portando su del legname per armatura e infilaggio, oppure quei benedetti tronchi di portata. Ragazzi, la vita in miniera non era tanto semplice, tra l'aria irrespirabile per i gas delle mine e l'umidità. Finita la settimana di lavoro si pulivano le lampade, si andava nelle camere a raccogliere gli indumenti sporchi e giù verso il paese. Allora avevo poco più di 19 anni; avevo energie da vendere. Una volta ho voluto fare una scommessa con me stesso, vedere quanto avrei impiegato ad arrivare sulla porta di casa. Ero riuscito a scendere in 22-23 minuti. Ancora oggi non so come ho fatto, perché la media era da mezz'ora a 40 minuti.

LA CASA DI MARIGOLE. Era composta da un appartamento per il capo Mènec; con lui abitava suo fratello Attilio, addetto alla teleferica grande che trasportava la barite alla fabbrica. A pranzo finito, il cuoco Frigerio usciva dalla cucina per prendere gli ordini del pane o quello che ci serviva personalmente per il giorno dopo: la lista partiva con la teleferica e ognuno di noi poteva avere qualsiasi cosa.

L’INCIDENTE SUI BINARI. Ad un certo punto sto per uscire dalla galleria; schiaccio forte con il piede destro sul paletto frenante del vagoncino; mi accorgo che sono troppo veloce. Subito fuori il binario si divide: una rotaia gira verso il piazzale del compressore e l'altra a destra verso la tramoggia del filetto. Arrivato ad una decina di metri dallo scambio, tolgo il piede dal paletto di frenata, smonto dal vagone in corsa con le mani strette sul maniglione, prima dello scambio per portare il vagone sul binario di destra. Però la curva è abbastanza chiusa, e la velocità è un po’ troppo alta per il vagone colmo di barite; vedo che le ruote dalla parte destra si stanno alzando: non ce la faccio più a tenerlo. Dalla paura mollo tutto. Il vagone si ribalta. Con tutto il rumore che ho fatto arriva Pino, e si mette a ridere. “Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Non sei il primo”, mi dice.

L'OFFICINA. Era ben attrezzata. C'erano una forgia e un’incudine. Rodolfo preparava le cambre per bloccare i tronchi portanti delle armature; tagliava i tondini a circa cinquanta centimetri, con la forgia scaldava le estremità e con il martello batteva sull'incudine fino a formare delle punte. Quindi le raffreddava immergendole in un secchio di olio motore bruciato. La cambra aveva la forma di U, con la lunghezza delle due punte di circa 8 centimetri. Faceva un’altra cosa Rodolfo: preparava le micce con il detonatore. Le preparava in sala da pranzo. Dal rotolo con un coltello faceva micce da due metri di lunghezza, tutte rigorosamente uguali; poi una ad una le infilava nel detonatore e con una macchinetta a pressione stringeva la parte finale.

L'IMPERO. Essendo la galleria più bassa, era quella che riceveva la barite da tutti gli avanzamenti della Vittoria, la galleria di mezzo. L'Impero è anche la galleria più lunga. Quando entravi sentivi un’aria fredda, umida e maleodorante. Una mattina il capo mi mandò con Tòne Mich in un avanzamento nella Vittoria. Dovevamo fare marì di una bella volata del giorno prima. Dopo un paio d'ore ci siamo fermati per fare una fumatina. Mentre riposavamo il Tòne disse: “Da questa galleria si può arrivare al camerone”. Espressi il desiderio di andarci. Mi portò.

LA PRIMA VOLATA. Sembrava una guerra. Un colpo dietro l'altro. Alcuni colpi erano talmente carichi che lo spostamento d'aria arrivava da noi. Era la prima volta che li sentivo da vicino. Finiti i botti piano piano ci incamminammo verso l'uscita della Vittoria. Poco distante dalla casa, alcuni minatori si erano costruiti delle baracche, fatte con mezzi di fortuna: le coperture erano di lamiera (alcune di rami di pino), strutture di legno e tavole. Erano in posti defilati per non dare nell'occhio. Però non gli mancava nulla: contenevano una cucina, una camera, in base alle famiglie. Alcuni il venerdì o il sabato ritornavano alle loro case per passare il fine settimana. Il lunedì successivo ci trovavamo al mattino presto davanti al bar della Déda. Aspettavamo la corrierina del Lorenzi che ci avrebbe portato in Pice. Il ricordo brutto nella mia vita da minatore fu la settimana dell'incidente del povero Italo G. fratello di Rodolfo. Persona con un grande cuore e con una voce bellissima: quando si cantava la sua tonalità superava tutti. Scendeva a piedi da Marìgole a Lodrone; poco prima del castello si dev'essere inciampato: finì su un legno tagliato male e appuntito. Devo dire che anche tra di noi c'era della gente a cui piaceva fare scherzi. Un certo Quinto di Condino (padre di sei o sette figli) era un burlone incredibile: faceva certe battute... La sera era un po’ l'attrazione; sapeva accettare anche gli scherzi altrui. Anche lui era un gran lavoratore. Un giorno Mènec mi chiede se me la sento di cominciare a preparare una volata. Rispondo di sì. Io e Tòne imbocchiamo la Vittoria fino all'avanzamento che ci aveva destinato il Mènec. Era una bella vena di barite: alla luce delle lampade esaltava il bianco dei blocchi. La galleria era di una roccia solida: sarà stata larga circa due metri e alta un metro e ottanta, abbastanza piccola. Armiamo ben bene la nostra volata, accendiamo le micce e via verso l'uscita. Il giorno dopo il capo Mènec ci fece i complimenti. Per essere la prima volta mi sono riempito d’orgoglio. Durante la settimana a sorpresa arrivavano il sior Piero e il geometra minerario Tanghetti per fare i rilievi. Si diceva che c'era barite per altri cinquant'anni. Ci hanno quasi azzeccato. Mi ricordo che il sìor Piero per salire a Marìgole qualche anno prima usava la teleferica: si era fatto fare una cassetta lunga di tavole e saliva con quella. Quante volte ho preso la teleferica al volo, anche prima di andare a lavorare lì. Saltavo nella cassa di ferro; una volta dentro, non bisognava farsi vedere dalla persona a valle della teleferica, perché avrebbe avvisato la persona a monte. Arrivati quasi in cima, in un posto la cassetta passava ad un metro da terra, allora saltavo giù e mi avviavo verso la baracca della teleferica. Attilio se lo immaginava, o era stato avvisato da giù; mi faceva un po' di predica: diceva che era pericoloso ed era facile farsi male.

IL POVERO GELANI. Un ricordo inquietante per me è stato il giorno dell'incidente mortale del Gelani. Come di consueto quel mattino, fatte le coppie di minatori, il capo ci dà le nostre destinazioni. Io e il Tone eravamo stati assegnati alla Vittoria. Verso le dieci vediamo il bagliore di una lampada avvicinarsi. Era Vigilio, che con la faccia più seria del solito ci dice: “Dobbiamo uscire subito: è successo un incidente. Il Gelani è morto!”. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo raccolto il giubbino e la lampada, e via verso l'esterno. Entrando in sala da pranzo, vedo il corpo steso sul tavolo. Era tutto un viavai di colleghi che salivano in camera a prendere i bagagli per andare a casa. Il povero Gelani aveva una escoriazione sul viso e sembrava dormisse; mi sentii un nodo alla gola. Non sapevo se piangere o provare rabbia. L’avevo visto poche ore prima: era sempre allegro. Dissi a mio fratello che non poteva essere morto per una bottarella alla testa. Lui mi rispose che era stato schiacciato da un masso di barite di qualche quintale. Il lunedì tornammo tutti alla miniera. Eravamo tutti scossi: d'altronde bisognava andare avanti. Da allora però le attenzioni furono molto più accurate.

LE INNOVAZIONI. Un giorno andai con mio fratello Enerio in un avanzamento nella Vittoria. Con entusiasmo vidi una specie di ruspetta. Non sapevo ancora niente di alcune migliorie della miniera. Dovevamo fare marì. “Che bello - dissi a me stesso - non bisogna più usare il badile”. Quella era una pala meccanica che funzionava ad aria compressa. Un altro giorno il capo Mènec si rivolse a me dicendomi: “Vieni con me all'Impero”. Presi lampada e casco e siamo scesi fino all'uscita della galleria. Non credevo ai miei occhi. Il solito vagone era attaccato ad una piccola motrice, nuova di zecca. Il capo mi spiegò in quattro parole come funzionava. Presi la tanica del gasolio, riempii il serbatoio e cominciai ad andare avanti e indietro dall'imbocco della galleria alla tramoggia. Motrice gialla, favolosa, costruita apposta per le miniere: niente inquinamento e soprattutto niente fatiche a spingere quel benedetto vagone. Era cominciata l'era delle macchine.

LA FRANA. Dovevamo spostare diverse carriolate di materiale: terra, sassi, rocce con tanto fango. Praticamente era franato tutto, perché i legni infilati sopra il portante erano distanti uno dall'altro. Dopo le prime carriolate di questa fanghiglia, comincia di nuovo la frana. Allora in fretta e furia iniziamo a colpi di mazza a mandare avanti di qualche centimetro l'infilaggio che c'è già, ma la frana non si ferma. Pasquì mi dice: “Prendi un palo e tienilo, che lo infiliamo dove scende il materiale”. Ma la frana non si ferma. Mettiamo altri due pali e Pasquino dà colpi di mazza prima all’uno, poi all’altro. Ad un certo punto mi urla: “Cerca di tenerli fermi davanti al portante”. La paura in quei momenti fa novanta. Tengo fermi i pali, mentre Pasquino dà mazzate. “Se sbaglia un colpo mi dà una mazzata in testa”, penso. D’altronde bisogna fare più veloce che si può per fermare la frana. Mentre con la testa in su tengo fermi i legni, lui continua a picchiare forte con la mazza. Ad un certo punto mi sento arrivare il fango nelle gambe. La frana è ferma, ma mi trovo il materiale sopra le ginocchia e gli stivali pieni di fango. Non riesco ad estrarre le gambe dal materiale. Pasquino mi aiuta a liberarmi da quei detriti maledetti. In quei momenti pensi: se qualche cosa non va nel verso giusto? Sono stati minuti di terrore, con quello che era successo un paio di anni prima al povero Gelani. Pasquino è felice perché abbiamo fermato la frana, e io comincio a riprendermi. Pasquino sorridendo mi tira su di morale: è fradicio di sudore per la fatica; ci sediamo su un tronco. Lui è un gigante buono per me; ha una corporatura alta e massiccia, con un timbro di voce alto. Mi spiega che quello è uno degli avanzamenti più vicini alla superficie esterna. In quei giorni stava piovendo molto. Ecco il perché della frana. In effetti, ripensandoci, mi sono ricordato che sul sentiero fra Marìgole e Plas c’erano molti crateri grandi e piccoli. E mi sono detto che la Santa Barbara è la più pericolosa per lavorarci: la roccia è molto friabile; in compenso la barite è molto bella. La vita del minatore è varia: deve fare anche il carpentiere, deve sapere come preparare i tronchi per armare, fare le gorge con l’accetta, segare a mano gli stessi a misura perfetta. Le volte e le larghezze della galleria non sono precise: sono più larghe o più alte in base all’avanzamento. Inoltre deve saper mettere le rotaie, raccordare i pezzi per arrivare con i vagoni all’avanzamento. Durante l'ultimo anno della mia vita di minatore ho fatto diverse esperienze: tra l'altro ho fatto funzionare la teleferica principale.

Concludendo, è passato quasi mezzo secolo dal mio ultimo giorno come minatore. Mentre scrivevo in certi momenti sentivo gli occhi gonfiarsi di lacrime ricordando il mio passato in miniera e i compagni di lavoro.

Memoria autobiografica di Luigi Cherubini, Canarias (Spagna) - giugno 2020

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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