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Antonio Festa

Antonio Festa

"Ci sono di quelli che vengono e stanno quindici giorni e poi vanno via e di quelli che vengono a lavorare solo se possono stare sempre in miniera."

Mi chiamo Antonio Festa. Sono nato a Storo il 2 novembre del 1936 e la mia famiglia viene chiamata "i Fèste". Ho lavorato per la ditta Sigma come cuoco nel cantiere della miniera dal 1964 al 1975.
Ho imparato a cucinare da giovane tra il 1950 e il 1957 facevo il portatore al Rifugio Lago di Nambino, partivo la mattina alle 5.00 a prendere il pane in Campiglio e facevo undici viaggi al giorno con anche un quintale sulla schiena. Lì il mio padrone, Giovanni Serafini, ha scoperto che avevo la passione per la cucina: quando lui preparava la carne allo spiedo mi chiamava sempre a dargli una mano. Poi sono stato a Campiglio nell'albergo Dolomiti e il padrone mi ha voluto con lui a fare il cuoco. Poi tutti i sabati facevo matrimoni al Miralago.
Ho cominciato a lavorare per la ditta Sigma nel 1964 e prima la ditta non aveva costruito la cucina per i minatori ma questi dovevano portarsi da mangiare da casa e scaldarselo loro. Allora, la ditta passava un po' farina per la polenta, ma il resto dovevano procurarselo loro.
Quando ho cominciato io non è che non ci fosse la mensa, c'era la moglie di un operaio che cucinava, ma non erano capaci di organizzarsi e quando sono arrivato io ho sistemato un po' quello che non andava bene, così è diminuito anche il prezzo dei pasti e mangiavano meglio. Bisognava stare attenti a fare la spesa perché altrimenti c'era quello che si lamentava, ma il prezzo cambiava anche in base a quello che si comperava. Allora ho cominciato ad andare dal macellaio  gli ho detto che sarei andato da lui a comperare la carne, ma mi doveva fare lo sconto scritto sulla bolla, e la stessa cosa dal fruttivendolo e dal panettiere. In questo modo gli operai potevano controllare il prezzo reale. Questa cosa  prima non la  facevano e facevano po' quello che volevano. Ad esempio lo zucchero: prima che io arrivassi su trenta persone solo tre bevevano il caffè ma andava via mezzo quintale di zucchero non si sapeva dove andava. Quando sono arrivato io ho cominciato a marcare sul cartellino di ciascuno la quantità di zucchero che consumava così si è visto che il consumo di zucchero si è ridotto di meno della metà, perché prima tutti prendevano e portavano a casa.
Ho trovato lavoro alla Sigma perché il perito Casotti mi ha fatto chiamare. Io in quei giorni mi ero infortunato e non ho potuto cominciare subito. Nel frattempo sono andato a Pice per visitare la mensa con il Casotti e vedere se era tutto a posto, mentre lui andava in miniera. Una volta là però non sono entrato sono rimasto fuori. Poi torno a casa e dopo due ore mi chiamano di nuovo in stabilimento e Casotti mi chiede perché non sono entrato a visitare la mensa. “Casotti", gli ho detto, "io conosco come è fatta una cucina mi basta che ci siano quatto piatti e due padelle per me basta per fare bene il mio lavoro so cosa ci vuole."
La mensa era al piano terra dello stesso edificio dove c'erano le camere dei minatori: era bella con le piastrelle e la televisione, c'era tutto. Oltre a questo edificio c'erano altri caseggiati per ospitare i minatori dove si potevano anche ospitare le famiglie. Le stanze erano da 6 ma anche da 2 o da una persona. Sopra la mensa c'era un gabinetto e poi verso la fine negli anni '70 sono state messe le docce. Per scaldarsi c'era un fornello a legna e la luce elettrica era quella della centrale, che c'è ancora tra l'altro. Questa centrale faceva funzionare anche tutto lo stabilimento e se c'era poca acqua funzionava per otto ore fino a che non si vuotava la vasca dell'acqua: allora si prendeva la corrente dalla linea di Storo fino a che non si riempiva di nuovo la vasca dell'acqua. Questo non accadeva se pioveva molto. MI ricordo che certe volte il sabato e la domenica restavo con la famiglia a fare la guardia alla polveriera perché c'erano sempre dei furbi. Allora capitava che quando la corrente per lo stabilimento stava per cadere perché non c'era più acqua nella vasca, il capo Quarenghi mi staccava la luce su a Pice per darla allo stabilimento. Allora io gli telefonavo giù che mi attaccassero alla linea di Storo altrimenti avrei abbandonato la guardia.
Il mio lavoro cominciava alle 7,30 di mattina e finivo verso le 19,30 alla sera. Si preparava il pranzo si facevano le pulizie e si servivano a tavola tutti gli operai. Verso le 12,30 i minatori venivano giù dalla miniera, mangiavano fino all'una e poi all'una e mezza ritornavano a lavorare nelle gallerie: chi in basso e chi in alto dopo una strada di circa 20 minuti. Poi lavoravano fino alle 19.00. Questa era la giornata di lavoro dei minatori quando sono stato lì io fino al 1976. Poi la miniera è stata chiusa e abbiamo ripreso a lavorare con la ditta Corna, Mineraria Baritina.
Il lunedì, partivo alle 3,30 e andavo a prendere degli operai a Bondone e a Bagolino con il Volkswagen della ditta con 9 posti e poi passavo allo stabilimento della Sigma e prendevo la Land Rover si passava da Caffaro e Baitoni e li portavo tutti su in cantiere. Ci stavamo su in 18 anche 19 persone, ed era un pericolo, e li portavo fino a Faserno dove finiva la strada e continuava un sentiero perché a quei tempi non si arrivava con la macchina fino al cantiere. Solo negli anni '66/'67 hanno costruito la strada fino alla galleria di Pice. I primi tempi c'era un'altra persona che portava su gli operai qui di Storo con un pulmino. Io allora salivo con la mia moto. Dopo aver portato gli operai in cantiere io scendevo con il Volkswagen della ditta che parcheggiavo allo stabilimento e andavo con il mio mezzo a fare le spese. Io tutte le sere ero a casa ed era molto raro che mi fermassi su a dormire soprattutto da quando ho avuto la mia famiglia.
L'attività mineraria è stata un bene per tutta la valle perché gli operai e i minatori arrivavano da tutti i paesi: da Bagolino, da Bondone, da Baitoni, anche da Roncone e da Prezzo. Arrivavano il lunedì in miniera e tornavano a casa al sabato e poi dopo qualche anno abbiamo cominciato a tornare a casa di venerdì a mezzogiorno pranzano lì e poi scendevano.
La vita della miniera è che sei dentro al buoi e sottoterra dalla mattina alla sera e d'inverno entri con il buio ed esci con il buio. Per il resto gli operai che erano su erano abbastanza contenti. Ero molto contento del lavoro e poi mi trovavo molto bene con il perito Casotti che per me era come un padre e mi piaceva l'ambiente: ne ho visti di minatori che hanno finito la vita lì.   Perchè ci sono di quelli che vengono e stanno quindici giorni e poi vanno via e di quelli che vengono a lavorare solo se possono stare sempre in miniera. Questo è vero anche adesso, perché ultimamente mio figlio che è cuoco anche lui ha lavorato per la Baritina e c'erano su a Marigole dei minatori di Bergamo che quando hanno finito di cavare hanno preferito trovare un'altra miniera piuttosto che lavorare allo stabilimento.
Il mio lavoro mi piaceva e credo che anche i minatori fossero contenti. So che il perito Casotti di Cavalese faceva venire giù quelli della miniera, i dottori e i periti, e li portava a mangiare da me e loro gli dicevano “quand'è che andiamo dall'Antonio a mangiare quei buoni polli'”. I polli si facevano una volta alla settimana, poi si faceva il roast beef, gli arrosti, le bistecche un po' di tutto, la pasta al pomodoro e la ragù, gli gnocchi, gli strangola preti, polenta e crauti e tutto fresco fatto da me, anche adesso non posso vedere la roba surgelata. La sera invece facevo formaggi frittate e affettati, quelle cose lì.
Facevo da mangiare ogni giorno per circa 34-36 persone dipendeva dai turni e siamo arrivati anche a 40 e facevo tutto a mano e anche le pulizie le facevo da solo, anche il servizio al tavolo. La sera dopo la cena lavavo e sistemavo tutto e tornavo a casa. Facevo anche più di 10 ore al giorno ma tanto non te le pagavano.
Quando è morto il dott. Felice Cima la ditta l'ha presa in mano il fratello, che lavorava a Milano nel campo delle farmacie, che faceva venire da Milano una perita russa a controllare le gallerie: dormiva giù allo stabilimento. Sapevo che poi ogni venerdì da Milano tornava in Russia, perché, diceva, che in Russia non è come in Italia, c'è molto da fare. So che non andava tanto d'accordo con il Casotti. Una volta mi ha trovato che sono entrato in miniera e mi ha mandato fuori perché lì non potevo stare e ogni volta che entrava in cucina voleva che le facessi il codino.
Mi ricordo che il fratello del dott. Cima organizzava tutti gli anni una gara di bicicletta in ricordo del fratello e dovevo preparare il pranzo per 20 persone.
Quando la ditta Sigma ha chiuso sono stato assunto dalla ditta Corna nel 1977 e sono andato a lavorare come operaio sempre nello stabilimento ex Cima a fare carpenteria metallica, perché in Marìgole avevano già un cuoco. Dopo qualche anno questa attività è finita e sono rimasto a fare il mugnaio in Baritina fino alla pensione nel 1990.

Intervista raccolta a Storo il 4 aprile 2014.

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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