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Giuseppe Balduzzi

Giuseppe Balduzzi

"Per me stare in gioventù alla Maffei è stata una scuola di vita."

Mi chiamo Giuseppe Balduzzi e sono nato a Darzo nel 1942. Il soprannome della mia famiglia è “Chéchi” partendo dal nome del mio nonno paterno che si chiamava Francesco. Non è tra le famiglie più storiche del paese. Sono sposato e ho due figli.
Ho cominciato a lavorare per la ditta Maffei che avevo quattordici anni nel 1956 su sollecitazione di mia mamma che mi ha spinto ad andare a chiedere il lavoro al vecchio Carlo Maffei, il Barba. Mia mamma era rimasta vedova nel 1950 e dovevo andare io personalmente a chiedere in quanto unico uomo della casa. Mio papà Iginio Balduzzi era morto giovane a causa di una malattia ai polmoni molto probabilmente contratta per aver lavorato più di vent'anni nella miniera di Marìgole per la ditta Corna Pellegrini. Per cui in casa c’era bisogno che io lavorassi.
Mi ricordo ancora l’incontro con il "Barba”: mi sembrava alto in maniera esagerata, perché io ero ancora giovane, con questa barba folta che mi faceva proprio impressione. Per fortuna mia mamma aveva chiesto alla cameriera, l’Amelia Zucchelli di tenermi lì dopo pranzo fino a che il signor Carlo non si fosse svegliato dal pisolino e nel frattempo mi ripetevo a memoria il discorso che dovevo fargli: “Sono il nipote del Chèco, mio papà è morto” e poche altre cose perché non riuscivo mica a dire tanto. Dopo la seconda volta che sono andato da lui, mi ha risposto: “Va beh va là, parlerò col direttore e vedremo” e così ho cominciato a lavorare.
Dopo un anno e mezzo hanno licenziato gli ultimi tre che avevano assunto, tra i quali c’ero io e non ho mai saputo perché. Questa cosa mi è rimasta dentro e me la sono legata al dito, perché non pensavo di meritarlo. È stato un colpo pesante perché in quegli anni avere un lavoro alla Maffei era l’unica prospettiva di un futuro senza miseria. Nel 1958-59 ho lavorato a Baitoni presso un silos dove stoccavano la sabbia estratta dal lago per i cantieri delle dighe. Lavoravo dodici ore a cavare ghiaia, sperando di tornare a lavorare alla Maffei.
Infatti nel 1960 mi hanno ripreso. Nel frattempo mi ero fatto le ossa. Mi hanno messo in officina e sono riuscito anche a fare carriera, se così si può dire. C’erano anche venti persone che lavoravano alla manutenzione dei macchinari, che allora era tutta interna alla ditta e in pochi anni facevo le veci del capo officina quando era assente, infatti avevo imparato a capire i disegni meccanici, a saldare, a imbastire, insomma bisognava saper fare di tutto e avevo fatto una buona esperienza. Avevo 22 anni e mi capitava di dover comandare a delle persone molto più vecchie di me con grande esperienza e non era sempre facile. Una volta uno mi ha tirato addosso la pinza della forgia, perché gli avevo detto di fare qualcosa nel modo sbagliato.
Mi ricordo che col Direttore ho fatto alcune discussioni: una volta per farci portare la gomma dell’acqua fino nell’officina per darci una pulita, un’altra volta per farci dare la pasta, mi pare si chiamasse "ciclon", adatta per pulirci le mani dal grasso. Discussioni forti per cose minime. In queste battaglie avevo dalla mia parte il sindacalista che c’era a quei tempi, Marcello si chiamava non ricordo il cognome, che aveva trovato in me qualcuno che aveva il coraggio di parlare. La maggior parte degli operai aveva molta paura del padrone e non vedeva di buon occhio chi faceva qualcosa che potesse urtarlo anche se era a loro favore. Quindi una volta mi dice che dobbiamo andare dal padrone per chiedergli “l’indennità vestiario” che nello stabilimento di Trento era già riconosciuta mentre da noi no, ed effettivamente i vestiti, per esempio in officina le tute, si rovinavano molto. Andiamo Marcello e io dal dottor Italo che stava lì con il direttore da Milano, Sangiorgi, e il ragioniere Girardini. Comincia Marcello ad esporre le richieste e intanto si facevano intorno anche degli altri operai. Poi parlo io e cerco di motivare le mie ragioni. Salta fuori uno degli operai anziani, che era lì ad ascoltare, e mi attacca in maniera violenta, dicendomi che cosa vogliono questi giovani qua che reclamano, mentre noi è una vita che lavoriamo e non abbiamo mai detto niente, insomma una cosa furibonda perché stavo incattivendo il padrone. Per fortuna il Sangiorgi ha capito prima di tutti la situazione e ha smorzato i toni. Tanto per dire il clima che c’era. Poi c’è stato il periodo che il dottor Italo si era candidato nel Partito Liberale Italiano a Trento e aveva raccolto le liste in ditta: io ho anche firmato, d’altra parte come potevi rifiutarti, ma l’ho vissuta come una forzatura.
I ricordi che ho del primo periodo, quando avevo quattordici e quindici anni, in cui ho lavorato alla Maffei sono molto nitidi rendono bene l’idea di che cosa volesse dire lavorare in quegli anni nella ditta.
Mi ricordo che un giorno, quando ormai il “Barba” non veniva più in stabilimento viene lì il figlio, il dottor Italo, mentre stavo pulendo un macchinario pieno di grasso con la pistola a spruzzo della nafta. Già il fatto che arriva il padrone ti mette agitazione e non solo me, ma a tutti. Insomma stavo pulendo piegato in due, pieno di grasso, questa macchina e il dottor Italo mi si ferma dietro la schiena e resta lì fermo a guardarmi in piedi. Io intanto continuo con ancora più energia a spruzzare la nafta e spero che se ne vada. “Ehi giovinotto”, mi fa, e allora mi fermo con la pistola e mi alzo, “prima pulisci in alto perché lo sporco come tutte le cose va in basso, altrimenti continui a pulire per niente, hai capito?” Io sono diventato rosso come un peperone, perché nell’agitazione non sapevo neanche cosa stavo facendo. Sono cose che ti succedono da ragazzo te le ricordi tutta la vita.
Come quell’altra volta che il capo officina Rubicondo Manenti mi dice di fare un lavoro. Io lo finisco velocemente restando così senza più niente da fare molto spaventato di farmi vedere lì senza far niente. Allora vado a cercare il capo officina che stava facendo il giro degli impianti col direttore. Stavano parlando tra loro guardando le macchine e Manenti con la coda dell’occhio mi vede e intuisce che voglio qualcosa. Si stacca di qualche metro dagli altri due, senza darlo vedere, e mi sibila qualcosa tipo: “che vöt?” ma non era facile da capire perché parlava sottovoce e poi con una parlata diversa perché veniva dal Lago d’Iseo. Gli rispondo che non sapevo cosa fare, e mi risponde facendo un gesto con la mano come per rimestare qualcosa: "T'ha scurlét" lo ripete due o tre volte, perché io non capivo, e alla fine si gira apre le braccia e urla: "T'ha scurlét". A quella scappo via come un razzo, perché Manenti era un tipo molto focoso. Dovevo proprio essere imbranato per non capire che non era il caso di disturbare.
Un’altra storia è questa. Dopo uno o due mesi che ero fuori a lavorare mi chiama il ragioniere Girardini e mi dice: “Beppino, ti do cinquemila lire in busta, ma tu non dirlo a nessuno perché gli altri che cominciano a lavorare per i primi tre mesi non prendono niente”. Gli dico grazie e vado. Dopo un paio di mesi arriva un sindacalista fa il giro e viene da noi in officina. Eravamo lì sette o otto in quel momento, viene da me che ero il più giovane e mi chiede quanto mi danno a fine mese. Mi sono trovato imbarazzato. Se dico dei soldi i compagni si arrabbiano, e se dico “niente”, dico una bugia e poi il sindacalista dice che non va bene. Allora all’inizio resto zitto, ma poi penso che è più giusto dire la verità e gli dico sotto voce: “Cinquemila lire”. Però alcuni sentono e quando il sindacalista se ne va mi sgridano: “Deficiente, perché devi andare a dire bugie al sindacalista! Lo sappiamo che i primi tre mesi non danno niente!” Loro pensavano che difendessi l’azienda. Quindi ho cominciato con cinquemila lire e quando ho deciso di licenziarmi nel 1965 ne prendevo trentacinque o quaranta mila lire.
Ho deciso di licenziarmi, perché mi ero messo in testa qualcosa di diverso. Non solo l’orgoglio ferito per essere stato licenziato una volta che continuava a rodermi, ma anche il fatto che respiravo molta polvere, anche lavorando in officina quando mettevi mano ad una macchina la polvere veniva sempre fuori dappertutto, fino a che ti entrava nei polmoni e il ricordo di mio padre morto giovane per un male ai polmoni mi rimaneva sempre davanti. Pensavo che questa cosa della polvere non andava sottovalutata come faceva la maggior parte. È vero che arrivava lo stipendio a fine mese, ma l’ambiente era malsano. Inoltre, in quel periodo era venuto in visita un cugino emigrato in America e mi ero affascinato all’inglese: mi sono messo a studiarlo con dei dischi e scrivevo ad una ragazza in Danimarca per fare esercizio.
La mia idea era quella di andare negli Stati Uniti e chiedevo a mio cugino di trovarmi un lavoro lì. Ma lui mi ripeteva che la quota era chiusa e non si poteva entrare con un lavoro e mi proponeva di andare lì da lui intanto come turista e una volta lì di cercare lavoro. Ma a me quel sistema sembrava troppo rischioso e non mi piaceva. Siccome però volevo comunque fare un’esperienza all’estero, imparare una lingua e crearmi altre opportunità anche oltre le ditte minerarie che rappresentavano l’unica possibilità qui in paese, ho deciso di emigrare in Germania, dove era più facile perché c’era a Verona un ufficio apposta che ti trovava il lavoro e così andavi a colpo sicuro. Quando sono andato a dire le mie intenzioni al direttore Sangiorgi, che era a capo di tutta la ditta, aveva cercato di dissuadermi dicendomi “Dove vuoi andare meglio di qua non trovi, sei già capo officina! In Germania si mangia male, tra quindici giorni sei qui di nuovo” e cose del genere. Mentre parlava pensavo che tanto loro fanno presto a dire e poi quando gira a loro ti lasciano a casa da un giorno all’altro. Lasciando il suo ufficio pensavo: ”Non torno indietro dalla mia decisione neanche se mi costruiscono il ponte d’oro”. Ormai era una questione di orgoglio: avevo capito che volevo costruirmi qualcosa e imparare a stare nel mondo anche fuori dalle ditte minerarie e fuori da Darzo. Per fortuna mia madre mi ha lasciato libero nelle mie scelte, anche se la lasciavo sola, perché mia sorella era già sposata.
Poi in Germania sono rimasto quattro anni fino a che ho imparato bene la lingua e ho fatto una buona esperienza che mi ha aperto le porte di un nuovo lavoro una volta tornato in Italia. Infatti, grazie alla lettera di referenza avuta dalla ditta tedesca ho trovato lavoro a Milano nella filiale italiana della stessa ditta che è leader mondiale nella produzione di macchinari per la lavorazione dei cereali. Quindi ho lavorato per questa ditta fino alla pensione che ho ottenuto quattro anni fa.

Mio papà si chiamava Iginio Balduzzi era nato nel 1909 ed è morto nel 1950 quando avevo otto anni. Aveva lavorato gli ultimi anni con il papà di Attilio Zanetti sia in galleria che alla teleferica. Era una ditta che prendeva in concessione dalla Corna Pellegrini dei filoni di barite da scavare. Uno dei ricordi che ho del papà è quando gli portavo da mangiare alla teleferica che era vicina a quella della Corna Pellegrini. Oppure quando arrivava con un narciso profumato sul cappello e mi insegnava a leggere la sveglia. Poche cose a dire la verità. Si è ammalato e dopo pochi mesi è morto.

Mia mamma si chiama Cecilia Ariasi ed è nata nel 1921 e abita qui a Darzo. È rimasta vedova a 29 anni con due bambini di undici anni, mia sorella e di otto, io. Mia sorella mi badava mentre mia mamma aveva cominciato a lavorare nel 1951 per la Maffei come cernitrice e ha continuato fino a quando sono andato in Germania.

Intervista effettuata nel febbraio del 2011 a Darzo.

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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