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Germano Ferrari

Germano Ferrari

"Dispiace per come è andata a finire e resta il rammarico che forse si poteva fare di più per salvare la ditta che ha permesso di vivere nei nostri paesi a tante famiglie per più generazioni."

Mi chiamo Germano Ferrari. Ho cominciato a lavorare per la ditta Maffei nel 1992 dopo che avevo terminato il militare e ci sono rimasto fino a quando la ditta non ha cessato l'attività nel 2009. Ho trovato questo lavoro tramite il direttore di allora, Giancarlo Girardini che era amico di famiglia e quando ha saputo che tornavo dal miliare mi ha proposto di andare a lavorare alla Maffei. Benchè mio papà non abbia mai lavorato con le ditte minerarie, suo padre, di cui porto il nome, aveva fatto il minatore in Val Cornèra. Quindi per me era un po' come riallacciarmi al passato della famiglia.
Nello stabilimento mi occupavo un po' di tutto, ero un po' un jolly. Andavo all'occorrenza ad aiutare i meccanici nell'officina, oppure stavo all'impianto di frantumazione oppure ai mulini. Ho sempre fatto i turni di otto ore dal lunedì al venerdì. Il materiale che lavoravamo veniva della varie miniere che il gruppo aveva in giro per l'Italia e all'estero. Il nostro lavoro consisteva nel frantumare, nell'essiccare, e portare a pezzatura il materiale e a metterlo nei silos in polvere da cui i camion venivano a prelevarlo e lo portavano a destinazione. All'inizio i camion erano della ditta e anche gli autisti, poi a partire dal 1992-'93, quando questi hanno iniziato ad andare in pensione, non sono più stati sostituiti e hanno dato il lavoro a ditte di trasporto esterne. C'è da dire, però, che negli ultimi anni i nostri camionisti facevano solo il trasporto del feldspato da Giustino agli stabilimenti di Trento e di Darzo.
Il lavoro mi piaceva ed era gratificante, perché era vario. Stavo magari una settimana in un reparto e poi cambiavo, così potevo imparare sempre qualcosa di nuovo e non era mai ripetitivo. Ad esempio il lavoro di macinazione del materiale era quello dove avevi responsabilità, perché dovevi controllare la qualità e la pezzatura del materiale. Mentre andando ad aiutare i meccanici avevi modo di imparare qualcosa di nuovo dei macchinari. Il trattamento economico era buono e ci ritenevamo fortunati, perché prendevamo anche la quindicesima grazie ad un contratto interno che abbiamo fatto fatica a mantenere negli anni con i diversi cambi di direzione. Se mi ricordo bene prendevamo più o meno 1.280.000 lire al mese e non era male, anche perché era un lavoro vicino a casa e avevamo anche il servizio mensa. All'inizio avevamo un cuoco, e poi i pasti li preparava un ristorante convenzionato e la Bertini Gemma li portava con dei contenitori alla mensa. Pagavamo 20 o 30 centesimi pasto e il ristorante era di Ponte Caffaro “Dal ros”. Quando la  Bertini Gemma è andata via il lavoro lo faceva Gino “Fra”, lo chiamavamo, ma non ricordo il cognome.
Inoltre, con i colleghi mi trovavo molto bene:  ci vedevamo anche nel tempo libero a mangiare una pizza o per andare in discoteca, eravamo molto affiatati tra noi. Quando ho cominciato eravamo in 35 poi, mano mano che i dipendenti andavano in pensione non venivano sostituiti e così gli ultimi tempi eravamo rimasti in 12 o 13: il povero Donati MassimoGiacometti ElvioFabrizio Marini, Fusi Angelo, Bazzani Gianni, Zorzi Gianpiero, Masiero AdrianoCimarolli Alvaro, Campagnoli Santo, Alessi Emiliano, Ghidini Virgilio, Ferrari Clementino. Ho lasciato un po' di anni di vita in questa azienda e quando ha chiuso mi è molto dispiaciuto. Ho visto i cambiamenti che ci sono stati e che hanno portato alla fine. Credo che se ci fossero stati ancora i vecchi proprietari, i Maffei, le cose non sarebbero finite così. Quando ho iniziato io il gruppo era ancora Maffei S.P.A e la ditta era, diciamo, vecchio stampo e c'era ancora la famiglia. Oltre allo stabilimento di Darzo, c'era quello di Trento, ove facevano le stesse cose che facevamo noi, e la cava di Giustino, da dove prendevamo la materia prima, il feldspato. Quando ha chiuso Giustino, abbiamo cominciato a lavorare il felspato rosa che proveniva dalla Sardegna oppure dall'Africa e dalla Turchia. Poi siamo passati a lavorare i cocci e gli scarti del materiale ceramico come piastrelle e sanitari. Alla fine siamo passati a lavorare il quarzo che veniva della miniera di Sondalo in Valtellina o da Boves in Piemonte. Durante gli anni si sono succedute varie proprietà: la Iris, poi la Minerali Associati e la Tecnominerali, se non ricordo male, ma erano catene multinazionali alle quali interessava soprattutto il commercio e non si interessavano delle persone. Così alla fine prima ha chiuso la cava, poi Trento e alla fine nel 2009 noi. Mentre questo succedeva noi sentivamo un po' di malumore. Io mi accorgevo che rispetto all'inizio quando i direttori erano presenti sempre allo stabilimento e si facevano sentire, a poco a poco chi ci ha rilevato si facevano vedere solo due o tre volte all'anno e non c'era più il rapporto intenso che c'era prima. I primi tempi c'erano il direttore Rampazzo, in ufficio il ragionier Girardini Giancarlo e l'ingegner Anselmi. Dopo una decina d'anni Rampazzo è andato via e il ragionier Girardini l'hanno lasciato a casa, e l'ingegner Anselmi è rimasto una decina di anni. Poi è subentrato il direttore Vecchi che dopo la chiusura è andato a lavorare in una ditta a Gallese  e poi un altro direttore che adesso lavora in una ditta del gruppo Fassa in Toscana. Dispiace per come è andata a finire e resta il rammarico che forse non è stato fatto abbastanza a livello politico per salvare la ditta che era stata così importante per la nostra zona perché ha permesso di vivere a tante famiglie per più generazioni.
 
Mio nonno si chiamava Germano Ferrari ed era nato nel 1912 o 1913 e la causa di morte certificata è stata al silicosi. Infatti lavorava come minatore in Val Cornèra per la ditta Maffei fino agli anni ’50, e in quel periodo lavoravano a mano e sicuramente ha respirato molta polvere.

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