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Luigi Piccinelli

Luigi Piccinelli

"Quando ho deciso di lasciare la ditta Sigma, il dottor Cima mi ha detto: “Luigi, solo le montagne stanno ferme al loro posto, io non voglio fermarti penso che hai valutato bene. Ma se domani vuoi tornare per qualsiasi motivo puoi tornare."

Mi chiamo Luigi Piccinelli sono nato a Pisogne in Valcamonica (BS) nel 1929.
Sono sposato e ho due figli. La mia famiglia di origine si è trasferita a Darzo nel 1938 perché mio papà lavorava da alcuni anni come capo operai per la ditta Corna nella miniera di Marìgole. Siccome in quegli anni a Darzo non c’erano operai specializzati ed esperti per lavorare in miniera, i proprietari facevano venire qui gente esperta dal loro paese di origine, Pisogne appunto. Infatti mio papà Giuseppe Piccinelli lavorava per loro già da tempo. Eravamo otto fratelli. I miei due fratelli più grandi Attilio Piccinelli e Domenico Piccinelli hanno lavorato insieme a mio papà su a Marìgole fino a che non è andato in pensione, e poi hanno continuato anche loro fino alla pensione.
Io in realtà ho un passato più “meccanico” che minerario, ma la mia famiglia ha la sua vita segnata dall'attività mineraria a Darzo. Ho cominciato a quindici anni alla Sigma Mineraria come apprendista meccanico, facevo il garzone, e facevo le riparazioni dei macchinari con un operaio anziano. Ho trovato questo lavoro grazie a mio fratello Giovanni, più vecchio di me, che aveva lavorato alla Sigma per un anno in officina e poi ha fatto il meccanico dei camion e l’autista per la ditta. È stato lui ad introdurmi alla Sigma, lasciandomi il suo posto in officina per riparare i macchinari dello stabilimento. Così ho imparato a saldare, a fare la manutenzione dei mulini, a sistemare i separatori a vento per vagliare la barite e le guarnizioni dei macchinari. Sono rimasto lì fino al 1947, quando sono diventato tornitore. Dentro la Sigma il proprietario aveva cominciato a fare la produzione meccanica di telai per biciclette che poi nel 1952 ha chiuso l’attività di produzione di biciclette e si producevano componenti per le macchine da scrivere della IBM. Nel 1955 ho lasciato la Sigma per passare alla Baritina. In quel periodo avevo molta confidenza con il proprietario che quando arrivava, spesso mi voleva con lui mentre passeggiava avanti e indietro sul piazzale per fare due chiacchere. Così un giorno mi dice che era preoccupato perché c’era il rischio reale di perdere la commessa dell’IBM e che forse per questo avrebbe dovuto chiudere. Questa cosa, non si sa come, arriva all’orecchio della Baritina che mi chiede di andare a lavorare da loro. Allora ho fatto un pensierino: qui magari domani si chiude e di là mi offrono un buon posto anche come stipendio. E allora ho deciso di lasciare la Sigma per la Baritina. Ho scritto una lettera al dottor Cima che quando l’ha letta mi ha detto: “Luigi, solo le montagne stanno ferme al loro posto, io non voglio fermarti penso che hai valutato bene. Ma se domani vuoi tornare per qualsiasi motivo puoi tornare.”
Allora alla Baritina c’era Camillo Corna Pellegrini il papà dell’ingegner Piero e di Giacomo Corna e fratello di Emilio e Vittorio Corna. Lì sono stato cinque anni a fare il capo operai dello stabilimento fino al 1962. La miniera di Marìgole l’ho visitata una volta e mi è bastato. A dire la verità io mi sono messo in proprio già nel 1954 però sia la Sigma prima, e la Baritina poi, mi lasciavano la possibilità di seguire anche la mia officina contemporaneamente andando a lavorare o da una parte o dall’altra quando c’era bisogno. In quegli anni, dal 1954 al 1956 insieme al maestro Remo Giovannelli insegnavo all’Enaip di Storo e diciamo che quella scuola l’abbiamo fondata noi. Poi nel 1956 mi sono sposato.
A partire dal 1962 mi sono dedicato a tempo pieno all’officina che era qua a casa e ho continuato per vent'anni. L’idea dell’officina era nata da un tornio che avevo comperato per fare in casa, dopo il lavoro, gli alberini per le seghe circolari per tagliare la legna. Poi è successo che mio papà nel 1952 aveva costruito la casa. L’ingegnere che aveva fatto il progetto nel frattempo era diventato presidente dell’Azienda di soggiorno di Madonna di Campiglio, e quando ha saputo che avevo impiantato un’officinetta, mi ha chiesto di lavorare per lui e costruire le seggiovie di Madonna di Campiglio. E da lì è partita l’attività. Sono rimasti a casa due fratelli Costanzo e Antonio più giovani di me, ai quali ho insegnato a lavorare in officina e abbiamo cominciato a lavorare. Nel 1956 ho cominciato a lavorare per la Sapes [di Storo] e per una ditta di Milano che faceva le valvole per le raffinerie e i pozzi di petrolio della Eni. Poi è subentrato anche mio fratello Giovanni e nel 1962 è nata la società Fratelli Piccinelli. Adesso sono subentrati i nostri figli e continua con quattro figli, dei vari fratelli. Secondo me il segreto che ci ha permesso di lavorare insieme per tanti anni, e di risolvere tutti i problemi che si sono presentati, è stato che quando abbiamo costituto la società ho deciso di tenere fuori le mogli e risolverci i problemi solo tra noi fratelli.
Tra i ricordi più belli del periodo che ho lavorato per la ditta Sigma, ho presente quando il dottor Cima ha portato un macchina americana, un flottatore che con l’acqua separava la barite dallo sterile, perché la barite pesante restava sotto e il resto più leggero veniva portato via. L’ordine era quello di copiarla senza farla precisa perchè aveva il brevetto. Allora insieme al disegnatore che c’era in officina l’abbiamo smontata, ridisegnata pezzo per pezzo e ricostruita. Un po’ come fanno adesso i cinesi e tutti, perché tutti copiano. Eravamo intorno al 1952. La Cima è stata la prima ditta che ha avuto i flottatori. Dopo qualche anno, prima che lasciassi la Sigma, anche la Maffei li ha avuti e non so chi ha passato loro i disegni. Un giorno il dottor Cima mi dice: ”Sai Luigi, i disegni sono finiti alla Maffei, chi glieli ha dati?”, gli rispondo: “Non lo so, ma posso immaginarlo”. Invece quando sono andato alla ditta Corna ho portato con me i disegni e ho ricostruito le macchine per loro, tanto la Sigma aveva chiuso e la cosa era stata svelata. Quando sono arrivato alla Corna, ho trovato delle condizioni pietose: nella lavatrice c’era l’operaio che tirava avanti a mano e gli ho messo l’alimentatore, ho messo il nastro trasportatore e altre innovazioni.
Quando ancora lavoravo alla Sigma andavo a piedi allo stabilimento insieme a mio fratello. Una mattina arriviamo nel piazzale e troviamo lì il dottor Cima che ci chiama: “Venite qua voi due!”. Ci dice che la sera prima era stato chiamato in comune dal sindaco di Storo e dalla giunta. Faccio una premessa per dire che quando le ditte minerarie si sono impiantate Darzo e Storo erano due comuni separati, e la Sigma era sul territorio di Storo. Insomma il sindaco dice al dottore se non era possibile lasciare a casa i dipendenti residenti a Darzo e assumere al loro posto persone di Storo, dato che a Darzo c’erano già due ditte che potevano assumere la gente del posto. Per dire quanto bisogno di lavoro c’era in quegli anni del primo dopo guerra. Il dottor Cima ha risposto che quando avesse trovato a Storo due ragazzi bravi come noi li avrebbe sicuramente assunti al nostro posto. In quegli anni avere una paga sicura a fine mese significava poter restare senza emigrare. È quello che ho detto ai miei fratelli nel 1954: se riusciamo ad andare avanti con la nostra officina, forse guadagnamo meno che andare in Svizzera, però restiamo qua.

Mio papà Giuseppe Piccinelli era nato a Pisogne, in provincia di Brescia ed è venuto qua da solo nel 1933 e poi ha portato la famiglia nel 1938. È arrivato con la ditta Macario di Lovere, un paese in provincia di Bergamo. È stato con questa ditta fino a prima della guerra quando la proprietà ha venduto tutto alla Maffei ed è andata via. Il proprietario voleva che mio papà lo seguisse in Sardegna, ma lui non ha voluto. Poi la ditta Corna gli ha chiesto di lavorare per loro e lui ha accettato ed è rimasto fino alla pensione. Mi ricordo di mio padre che era molto severo e quando diceva una cosa era quella. Però si riusciva a parlare bene in casa anche se si dava del voi ai genitori.

Intervista effettuata nel mese di febbraio del 2011 a Darzo.

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È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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