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Francesco Zanetti "Ceschino"

Francesco Zanetti "Ceschino"

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"Fare il meccanico mi piaceva e dopo dieci anni in officina, anche se avevo studiato per fare l’impiegato, ormai avevo perso quello che sapevo fare, ad esempio scrivere a macchina, e quindi, ho continuato a stare in officina."

Mi chiamo Francesco Zanetti. Sono nato a Darzo nel 1938, sono sposato e ho due figli. ll soprannome della mia famiglia è "Zanù".
Ho cominciato a lavorare nel 1954 per la Sigma e poi nel 1977, quando questa ha chiuso sono passato alla Baritina.
Mi aveva aiutato a trovare questo lavoro il maestro Giovanelli che mi aveva convinto a fare le scuole commerciali a Riva del Garda. Avrei dovuto lavorare alla Sigma come impiegato, ma mentre aspettavo che ci fosse il posto, ho cominciato a lavorare in officina e poi ho continuato come meccanico, anche perchè nel frattempo il lavoro aveva cominciato a calare e non c’era più bisogno di gente in ufficio. Forse avrei dovuto aspettare ad iniziare il lavoro e allora avrei trovato da qualche parte un posto da impiegato.
Come meccanico aggiustavo i pezzi dello stabilimento e anche lavoravo alla produzione di pezzi nuovi da mandare via in altre ditte, ad esempio per le macchine da scrivere, oppure pezzi di macchinari per depurare l’acqua. Perché la proprietà era la stessa, del dottor Felice Cima, ma nello stabilimento c’erano due ditte che facevano due tipi di produzioni, la Sigma lavorava la barite con il mulino e la Imac produceva pezzi meccanici anche per altre ditte. Prima che andassi io facevano anche pedali delle biciclette. Questo lavoro mi piaceva e dopo dieci anni in officina, anche se avevo studiato per fare l’impiegato, ormai avevo perso quello che sapevo fare, ad esempio scrivere a macchina, e quindi, ho continuato a stare in officina. Anche perché non penso che ci fosse una grande differenza nello stipendio, infatti da subito mi hanno pagato come operaio e non come apprendista, forse perchè avevo fatto i tre anni di studio.
Del mio lavoro mi pesava la polvere che c’era e che respiravamo, anche perché per colpa nostra non ci mettavamo le maschere. Sono andato in pensione nel 1989.
I miei rapporti con i superiori sono sempre stati buoni non ho mai fatto problemi. Con Felice Cima i rapporti erano variabili perché era un tipo strano: un momento te ne diceva di tutti i colori e un momento dopo ti dava la mancia. Era fatto così. All’epoca andavo a lavorare a piedi con Aldo Zanetti che è più vecchio di me, e se il capo ci vedeva entrare nello stabilimento camminando, ci faceva tornare indietro e ed entrare di corsa. Al giorno d’oggi non sarebbe più possibile. Quando c’ero io prima che le cose andassero male, la Sigma aveva su 25 minatori poi avevano due di Bondone che tenevano ben puliti i sentieri e facevano il carbone. C’erano anche diversi operai e almeno dieci cernitrici giù allo stabilimento. E poi, quando è arrivato il perito Casotti di Trento le cose sono andate ancora meglio, ad esempio in miniera hanno messo la mensa col cuoco.
Ma ultimamente la barite era finita e ho sentito dire che la Sigma la rubava alla Baritina. Secondo me ce n’è su ancora, ma adesso conviene prenderla dalla Cina. Quando la Sigma ha chiuso, gli operai sono andati alla Baritina, ma se trovavamo meglio andavano via, ad esempio alla Sapes.
La ditta Corna Pellegrini, infatti, era diversa, i proprietari erano più alla buona, però come ditta era meglio la Sigma perché alla Corna, se si rompeva qualcosa bisognava aggiustarla anche se sapevi che dopo tre giorni si sarebbe rotta di nuovo. C’era l’ingegner Gianfranco Corna, ingegnere meccanico, che ci teneva a fare le cose bene, mentre gli altri fratelli prendevano le cose scartate dalle altre ditte. Invece alla Sigma era diverso. Il dottor Cima portava certi pezzi meccanici che costruivamo alla Fiera Campionaria di Milano, tanto erano ben fatti. Ci teneva che le cose fossero fatte al meglio. Il disegnatore Gino Bernardi era molto bravo. Anche su a Pice nella casa dei minatori ognuno aveva la sua stanzetta, ma adesso è tutto spaccato e non c’è su più niente, neanche i cavi della corrente, hanno rubato tutto e queste sono persone pratiche che sapevano dove erano le cose. Come la casina in Val Cornèra della Maffei che adesso è tutta sfasciata. Sono posti che se non sei pratico non ci passi neanche più. 
Di quegli anni, alla Sigma, mi ricordo il rapporto con certi compagni, come Angelo Brugnoni, che raccontava bene le barzellette e il lavoro passava prima. Oppure l’incidente di Emanuele Zontini. C’era su quella settimana Luciano Zulberti e Emanuele è scivolato sulla brina, è caduto in una tramoggia e dopo una settimana di ospedale è morto.
All’epoca che lavoravo alla Corna Pellegrini andavamo a lavorare anche agli impianti di Marìgole una settimana sì e una no e salivamo e scendevamo con la teleferica. Per quei minatori la vita lassù era dura: venivano fuori tutti bianchi. Infatti sono quasi tutti morti di silicosi abbastanza giovani.

Mio papà si chiamava Ilario Zanetti era nato nel 1912 ed è deceduto nel 1967. Era stato mandato in Eritrea e Montenegro e poi tramite la Maffei è riuscito ad avere l’esonero, perchè la produzione della barite era considerato servizio alla guerra, in quanto le zavorre delle navi erano fatte anche con la barite. Ma i particolari non me li ricordo, non so in che anno precisamente ha lavorato per la Maffei, penso tornato dalla guerra. Credo che fosse mugnaio e che insaccasse la barite. Poi nel 1945 quando mio nonno, (Domenico) Angelo Zanetti, è andato in pensione ha preso il suo posto come guardia forestale.

Intervista effettuata a Darzo nel dicembre del 2010.

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