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Armani Ermanno

Armani Ermanno

"Mi ricordo che da ragazzo, nei primi anni Cinquanta, giocavo con i figli di Italo Maffei, titolare della ditta, il quale scherzando ci diceva spesso: "Andate a cercare nuovi filoni di barite!" Sapeva già che la barite in Val Cornèra si stava esaurendo."

Mi chiamo Ermanno Armani sono nato nel 1941, sono sposato, ho tre figli e vivo a Darzo. Si può dire che sono nato nello stabilimento, perché mio papà Giuseppe Armani detto “Bepi” era capo operaio della Maffei e una volta ai capi operai davano un appartamento dentro lo stabilimento. Ho lavorato sempre per la ditta Maffei. 
Ho iniziato a lavorare a Trento nel 1959 e poi nel 1960 o 1961 sono venuto a Darzo perché stavano montando il primo impianto per la macinazione del feldspato. La mia prima mansione era meccanico in officina addetto ai macchinari della lavorazione. Così aveva deciso il dottor Italo Maffei, che era in quel periodo il padrone, dopo la scuola di meccanica io dovevo iniziare a lavorare in officina. I primi sei mesi sono stato in un’officina a Trento alla quale la Maffei aveva subappaltato la realizzazione di un impianto per le miniere in Sardegna, perché già nel 1955 la ditta era lì a macinare la barite utilizzata per i pozzi di petrolio durante le trivellazioni.
Io, essendo nato e cresciuto nella Maffei ho vissuto la mia infanzia con i figli del dottor Italo. D’estate andavo in Val Cornèra insieme e loro fino al 1954 perché dopo loro sono andati a vivere a Trento. Mi ricordo una volta che mentre, giocavo con i figli, il dottor Maffei, scherzando ci ha detto "Andate a cercare nuovi filoni di barite!" Evidentemente si sapeva già che la barite in Val Cornèra si stava esaurendo. Poi sono andati avanti ancora dieci anni ma sapevano che stava finendo e per quello cercavano la barite da altre parti come in Sardegna. Dopo sei mesi in questa ditta sono entrato nell’officina della Maffei a Trento. 
Poi nel 1960-61 hanno costruito l’impianto della macinazione del feldspato qui a Darzo e sono venuto qui a lavorare. Il lavoro era intenso, praticamente continuo di giorno e di notte perché la macinazione era continua e le rotture potevano avvenire sempre. Poi si lavorava anche il sabato e la domenica, se serviva, per la manutenzione dei macchinari fermi che dovevano essere sempre a posto per la ripresa del lunedì. Infatti gli impianti che lavorano con minerali necessitano di molta manutenzione perché l’usura dei macchinari, come ad esempio i frantoi, è forte. L’officina in quegli anni era grande con anche dieci meccanici Per fare un impianto ci si metteva un sacco di tempo perché si faceva tutto a mano e tutto internamente.
Nel 1968 sono stato nominato capo officina e poi ho sempre girato nei diversi stabilimenti della Maffei perché, soprattutto dopo il 1975, la ditta ha cominciato ad ingrandirsi. 
Nel 1975 la Maffei ha comperato una cava in Toscana a Campiglia Marittima dove dopo hanno costruito anche la macinazione e negli anni Ottanta hanno preso una cava a Bernate Ticino, in provincia di Milano. Quindi, fino alla metà degli anni Settanta riuscivo a seguire Sondalo, in provincia di Sondrio, dove avevano una cava di quarzo, Giustino e anche Darzo, poi ingrandendosi mi hanno chiesto se volevo andare a fare i lavori importanti dei nuovi impianti fuori. Dopo il 1985 ho cominciato a girare negli stabilimenti e in quegli anni la Maffei ne aveva circa dodici tra cave e stabilimenti di macinazione sparsi per l’Italia. Dopo i 40 anni di lavoro hanno deciso che prendessi la pensione, ma continuassi a lavorare, pagando tutte le tasse e i contributi. Ho detto va bene, ma mi date due stipendi. Poi nel 2003 stavo facendo un impianto con tre mulini, giù a Ravenna, e mi sono ammalato. Altrimenti lavorerei ancora. 
Mi piaceva questo lavoro e dove c’erano problemi io andavo. La malattia non era legata al lavoro con i minerali, anche se ci ho sempre tenuto agli impianti di aspirazione e qui ultimamente anche ai sistemi per abbattere i rumori della lavorazione. Ogni anno facevo i controlli e sono stato anche a Milano, ma non mi hanno trovato niente. Probabilmente anch’io ho respirato molta polvere, soprattutto quando come meccanico facevo la manutenzione agli impianti di aspirazione. 
Sarà stato perché avevo mio padre che ha lavorato una vita nello stabilimento, ma io ce l’avevo dentro che se c’è la polvere bisogna risolvere il problema, perché oggi quelli che hanno lavorato prima degli anni Sessanta, quando sono stati introdotti gli aspiratori, sono tutti morti. Essendo nato dentro la Maffei era già deciso che avrei lavorato lì. Mio papà ha deciso che dovevo fare il meccanico e non ho mai pensato di perdere il lavoro. 
Nei primi anni che ero in Sardegna ho avuto anche dei problemi con gli operai che mi hanno anche minacciato, perché io partivo da qui e volevo lavorare anche il sabato per finire i lavori, anche se dal 1974-75 si è iniziato a fare festa il sabato. Io comunque i sabati e anche se serviva la domenica li ho sempre lavorati perché facendo manutenzione si doveva lavorare ad impianti fermi. Ma io ce l’ho inculcato nella testa che “se ghé da laurà, se laùra”. 
Il lavoro mi ha permesso di migliorare la mia condizione economica ad esempio costruirmi la casa nuova che ho anche alzato per mia figlia. Ero fortunato perché negli anni in cui lavoravo in giro per gli stabilimenti, in estate ho sempre potuto portare con me i figli e la moglie in Toscana e in Sardegna: prendevo una casetta e così. Sono stato fortunato non ho mai avuto incidenti né io né gli operai. Altri invece hanno avuto incidenti. 
Mi ricordo i morti alla Maffei. Uno è caduto dalla teleferica ed erano altri anni fosse stato adesso con le responsabilità dei capi non so a mio papà cosa sarebbe successo. Era proibito salire sulla teleferica, ma il lunedì mattina i minatori salivano tutti in Val Cornèra con la teleferica. Quel giorno c’era su un operaio che doveva manovrare e invece di rallentare ha accelerato la corsa delle casse. In una c’erano su due e sapevano dove avrebbe dovuto fermarsi la cassa. Vedendo che invece di rallentare prendeva velocità, uno dei due ha preso paura, è saltato giù ed è morto. Un altro incidente è successo in Sardegna e l’operaio è morto folgorato dalla corrente. Un altro è morto schiacciato dal saliscendi che caricava il feldspato nel frantoio. Un’altra vittima è stata nel 1957, un elettricista è rimasto folgorato.

Mio papà si chiamava Giuseppe "Bepi" Armani era nato nel 1907. Ha iniziato nel 1925 e ha lavorato fino al 1967 per la ditta Maffei. Prima del 1925 la barite veniva scavata in Val Cornèra ma macinata a Lodrone e il materiale veniva portato lì con la teleferica. Mio padre ha iniziato a lavorare quando la Maffei ha cominciato a costruire lo stabilimento di macinazione a Darzo. Era esperto nella costruzione delle teleferiche, che allora servivano perché le strade non c’erano. Mio papà ha girato abbastanza a costruire teleferiche. Del suo lavoro mi ricordo che faceva il capo e lo chiamavano tutte le notti. Mi ricordo la Festa di Santa Barbara che si è fatta da quando sono nato. Dal 1985 ogni stabilimento si faceva la sua festa e io ne facevo anche quattro o cinque. Ancora adesso faccio festa quel giorno perché ce l’ho dentro.

Mio zio Aldo Armani era capo minatori nella cava di quarzo della Maffei a Giustino in Val Rendena e anche per la macinazione e seguiva anche la teleferica. Ha lavorato dal 1930 al 1963. E anche i miei cugini lassù hanno lavorato nello stabilimento come capo officina e capo operaio.
 
Intervista realizzata nel mese di ottobre del 2010 a Darzo.

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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