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Bernardina Marini "Dina"

Bernardina Marini "Dina"

"Ho molti ricordi di mio papà che lavorava in miniera in Val Cornèra. C’era tutta una vita su in montagna collegata con la vita del paese. Adesso non c’è più niente e se penso a come è ridotta oggi quella miniera, mi viene male."Mi chiamo Bernardina Marini del "Bèno".
Sono nata a Storo nel 1943 ho due figli. Ho lavorato solo nove mesi alla Maffei come cernitrice tra il 1958-59 poi c’è stata la crisi e ci hanno lasciate a casa. Nel 1960 mi sono sposata e sono rimasta qui a Darzo.
Sono andata a lavorare alla Maffei perché in campagna era dura: si lavorava per altri, dalle sei del mattino alle otto di sera, guadagnando 600 lire al giorno. Così a forza di chiedere e chiedere mi hanno preso, si lavorava meno e anche se non ricordo quanto prendevo era sicuramente meglio alla Maffei che in campagna. Era bello lavorare lì perché la paga era sicura.
Non ho molti ricordi del mio lavoro per le ditte minerarie, mentre ho molti ricordi di mio papà che lavorava in miniera in Val Cornèra perché d’estate andavo sempre a fargli compagnia quando restava su a fare la guardia alla polveriera. Andavo su con mio fratello più giovane il sabato e tornavo la domenica sera. Insieme si andava a fare legna oppure nei boschi e ho fatto la mia vita lassù fino a quando mi sono sposata. Dormivamo nei letti degli altri operai che non c’erano e si mangiava pane e funghi raccolti insieme cotti sulle braci. Eravamo molto legati io e mio papà: sul punto di morte ha chiesto a me di prendermi cura della mamma perché era sicuro che gli avrei ubbidito sempre. Mio papà avrebbe fatto di tutto per la famiglia. Per arrotondare andava una volta alla settimana in malga, prendeva il burro lo custodiva all’entrata della miniera dove c’era molto freddo. Poi quando i negozi avevano bisogno portava giù il burro con la teleferica. Io lo aiutavo a fare questa operazione di mettere il burro vicino all’entrata della galleria. Poi ai minatori facevano portare giù i rami di pino per fare le ghirlande.
C’era tutta una vita su in montagna collegata con la vita del paese. Adesso non c’è più niente e se penso a come è ridotta Val Cornèra adesso mi viene male a pensare com’era quando ci andavo con mio papà. C’erano 32 gallerie e adesso è tutto ceduto in un gran cratere. Fare il minatore era un lavoro rischioso. Basti pensare che quando facevano la volata, a volte l’esplosivo non partiva subito. Mio papà mi raccontava che una volta hanno aspettato un po’ ma siccome non esplodeva, si sono avvicinati. All’improvviso è esploso tutto e per fortuna hanno trovato dei buchi per ripararsi. Ci sono stati momenti brutti, anche perché mio papà ha lavorato in galleria senza l’acqua, quindi ha respirato tutta la polvere.

Mio papà si chiamava Gilio Marini ed era del 1913. Già a quattordici anni andava come garzone in miniera per la Maffei a tenere i ferri ad un minatore più anziano che veniva chiamato Bèno. Con il tempo anche mio papà veniva chiamato Bèno e questo è diventato il soprannome della famiglia. È morto a 62 anni a causa della silicosi. Siccome non riusciva più a salire in miniera perché gli mancava il respiro il capo che si chiamava Bristot lo ha trasferito nello stabilimento. È sceso con il suo materasso e le sue cose. Ma il Direttore non lo voleva in stabilimento perché mio papà non riusciva a fare niente che gli mancava subito il respiro. Allora lo hanno mandato a casa e nel 1961 mio papà è rimasto un anno senza ricevere lo stipendio, ma non potevano licenziarlo. Siamo andati tramite i sindacati e gli hanno fatto avere la paga. Fischiava quando respirava, così dal 1962 ha ricevuto la pensione con il 100% di silicosi.  

Anche mia sorella Virginia Marini che è del 1941 ha lavorato qualche anno come cernitrice alla Baritina, e adesso abita a Lodrone.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di dicembre del 2010.

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Darzo è un paesino di circa 750 abitanti, frazione di Storo, vicino al Lago di Garda e alle sponde del Lago d'Idro.

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