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Nella Marini

Nella Marini

"Ero orgogliosa di lavorare nella ditta Corna. Invece di andare in campagna come altre mie amiche, ho potuto comperarmi la dote. La paga la davo tutta ai miei genitori. Siccome a quindici anni ero già fidanzata, ogni tanto mia mamma mi lasciava andare a Trento a comperarmi qualcosa: un asciugamano o un lenzuolo."

Mi chiamo Nella Marini e sono nata nel 1946 qui a Darzo dove ho sempre vissuto con mio marito Paride Donati.
Ho lavorato alla Corna come cernitrice che avevo quattordici anni nel 1960 fino al 1964. Poi mi sono sposata. Il posto me lo ha trovato mio papà che lavorava lì. All’epoca era normale lavorare alle ditte minerarie altrimenti bisognava emigrare. Per essere assunte funzionava il passa parola, non era facile perché ne lavoravano contemporaneamente solo cinque o sei. Poi una volta che si sposavano le lasciavano a casa Forse era anche una scelta personale non lavorare più dopo sposate, si restava a casa si accudivano i figli e si lavorava in campagna. Se le donne non si sposavano rimanevano anche 20 o 30 anni. C’è stata chi è rimasta una vita, ad esempio le sorelle Adriana e Carolina Romele native di Pisogne che erano figlie del capo operai non si sono sposate e hanno lavorato lì fino alla pensione.
Il lavoro era scegliere le qualità di barite: tre tipi e il falso che si buttava e non serviva. Si lavorava lungo il nastro trasportatore dove arrivava la barite dalla teleferica. Si stava tre da una parte e tre dall’altra. Una si prendeva fuori la bella, una la seconda scelta e una la terza e una lo scarto. Ognuno aveva il suo tipo di scelta. Il materiale scelto andava nelle carriole e gli uomini le portavano nei silos che andavano al mulino. Non facevo i turni ma giornata dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 13.30 alle 17.30, non ho mai fatto turni in quegli anni. Poi c’erano due pause alla mattina e al pomeriggio per la merenda. Per pranzo si tornava a casa. Mi ricordo la bella sensazione di quando suonava la sirena delle 17.30 e si tornava a casa.
Il lavoro si imparava facendolo e come attrezzature le ditta ci dava un grembiule foderato di plastica, per non bagnarci i vestiti con la barite che arrivava sul nastro bagnata perché la lavavano. Diciamo che c’era acqua dappertutto anche per terra era bagnato e questo non era bello perché si stava sempre nell’umido. Lavoravamo sedute su delle sedie ma ogni tanto per sgranchire le gambe ci alzavamo in piedi. Non era un lavoro pesante, ma faticoso perché si stava ferme lì piegate sul nastro. Era un lavoro umile, ma allora in zona per le donne non c’erano molte scelte, qualche anno dopo c’era più scelta ma io mi sono sposata presto e ho sempre lavorato a casa. Nel gruppo di compagne eravamo in armonia.
Mi ricordo che si cantava anche per ore e ci sentivano fino in ufficio. Magari il capo brontolava ma tanto per fare perché in realtà ci lasciavano fare. Invece se chiacchieravamo facevano finta di arrabbiarsi. Insieme a noi c’erano due uomini che portavano fuori le carriole, uno che è rimasto sempre lì mentre c'ero io mi pare si chiamasse Zefferino Rinaldi. Ero giovane allora e sono andata a lavorare perché la famiglia aveva bisogno: con lo stipendio di mio papà non si arrivava fine mese: mia sorella era già sposata ma mio fratello era ancora piccolo.
I rapporti di lavoro erano molto buoni con tutti anche con i capi. Un bel momento per tutti, molto sentito era la festa di Santa Barbara. Allora era un avvenimento che si preparava prima perché bisognava pulire tutto lo stabilimento che quel giorno veniva visitato dai padroni e dai dirigenti. Poi c’era la messa solenne. Dopo si andava a mangiare a Baitoni e si ballava con l’orchestra. Ogni ditta organizzava la sua festa.
Ero orgogliosa di lavorare nella ditta invece di andare in campagna come altre mie amiche perché ho potuto comperarmi la dote. La paga la davo tutta ai miei genitori. Siccome a quindici anni ero già fidanzata, ogni tanto mia mamma mi lasciava andare a Trento, dove il marito di mia sorella aveva un negozio, a comperarmi qualcosa. Poi i miei non mi hanno mai fatto mancare niente: a Pasqua il vestito nuovo e a Natale il cappotto.

Mio papà Primo Marini della famiglia "Ciàli" ha lavorato al Macario, che mi pare fosse un distaccamento della ditta Maffei, ma non so con precisione. Poi ha lavorato alla Mineraria Baritina. Faceva il teleferista.

Mia sorella Elda Marini è del 1941 e ha lavorato prima di sposarsi alla ditta Maffei come cernitrice, poi è andata a vivere via dal paese. Mi ricordo che quando ero ragazzina, avrò avuto dodici o tredici anni, andavo fuori a portale la colazione alle 7.30 quando faceva il turno di mattina dalle 4.00 alle 12.00. 

Intervista effettuata nel mese di novembre del 2010 a Darzo.

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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