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Maria Fusi

Maria Fusi

"Un giorno sono andata alla villa Maffei a chiedere se c'era del lavoro. Il padrone era in casa e quando stavo per parlargli, in quell'attimo, ha suonato la radio e ho preso paura. Lui avrà pensato “poveretta quella lì”, però poi il lavoro me l'ha dato."

Mi chiamo Maria Fusi. Sono nata a Lodrone nel 1933 e ho a lavorare cominciato nel 1950 allo stabilimento della ditta Maffei di Darzo come cernitrice ed è stata una fortuna trovare lavoro qua vicino altrimenti bisognava andare a servizio in città.
Ho trovato lavoro tramite il mio maestro di scuola, il maestro Bordoi. Un giorno gli ho detto che avrei avuto piacere ad andare a lavorare allo stabilimento, perché in famiglia eravamo dieci fratelli, 9 maschi e io unica femmina, eravamo in 12 con i genitori ed era dura. Non so se è andato a parlare direttamente con il Maffei o con il Direttore ad ogni modo mi hanno chiamata e ho potuto andare a lavorare. Prima di questo fatto ero già andata anch'io a chiedere il lavoro. Ero andata su alla villa che i Maffei avevano a Darzo; bellissima non c'erano altre case così in zona a quei tempi. Insomma il padrone era in casa e quando stavo chiedergli se c'era un lavoro per me in quell'attimo ha suonato la radio e ho preso paura e lui avrà pensato “poveretta quella lì”. Al momento non mi ha dato il lavoro e si vede che la parola del mio maestro mi ha aiutata. Comunque penso che tutte eravamo in qualche modo raccomandate: prima di noi lavoravano quelle di Darzo perché la miniera si trovava lì.

Noi cernitrici iniziavamo a lavorare con la primavera fino a novembre o dicembre e poi quei due o tre mesi d'inverno non si lavorava perché era troppo freddo. Le fabbriche non erano come quelle che ci sono oggi: si lavorava sotto un tetto ma senza pareti. C'era un tubo lungo con dei buchi e girava come una lavatrice e sopra c'era la canna dell'acqua. Dentro passava la barite in modo che l'acqua si lavava il materiale. Poi la barite andava su un tappeto scorrevole intorno al quale c'eravamo noi, tre o quattro cernitrici: la prima prendeva il sasso più bello, poi c'era la seconda che prendeva la barite meno bella, e poi la terza prendeva fuori il “fàls” si diceva, cioè i sassi neri che rimanevano scarto. Una volta scelto il materiale riempivamo le carriole e c'era un operaio maschio che le portava via.
In quegli anni abitavo in campagna e avevo più di due chilometri da fare in bicicletta. Nello stabilimento avevamo molto freddo. Il freddo l'ho patito tanto. Appoggiavamo su un asse un secchio di ferro con dentro della legna per scaldarci le mani. Eravamo almeno 20 donne e facevamo le nostre 8 ore di lavoro. Ad un certo punto hanno introdotto i turni di 4 ore e si andava a casa a mangiare. Il lavoro era semplice, ma era pesante: avevamo sempre la mani bagnate perché i sassi erano bagnati. Tra le colleghe andavamo d'accordo perché eravamo tutte allo stesso livello. La paga non era molto alta, diciamo che per fortuna si prendeva sempre alla fine del mese e la ritenevo giusta perché eravamo assicurate e tutto.

Mi ricordo con piacere le feste di Santa Barbara come qualcosa di speciale. Una festa bella tutti gli anni. La festa durava tutto il giorno, la mattina c'era il rinfresco e poi si andava a messa a Darzo. Poi a mezzogiorno si pranzava insieme, uomini e donne, anche quelli della miniera e si cantava. Alla festa c'erano tutti i Maffei perché ci tenevano.
Nel 1955 mi sono sposata e non ho più lavorato perché di quei tempi e donne sposate non le tenevano più a lavorare, come ti sposavi, basta. A me avrebbe fatto comodo restare ancora qualche annetto a lavorare, ma la “legge” a quei tempi era così e non ci potevi fare niente.

Intervista raccolta a Lodrone il giorno 8 novembre 2012.

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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