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Liliana Omicini

Liliana Omicini

"Noi cernitrici avevamo molta soggezione dei capi, anche se col tempo imparavi a conoscerli meglio e prendevi un po’ di confidenza, oppure ti facevi valere. Ma noi avevamo paura che ci lasciassero a casa se alzavamo la testa, perché ce n’erano già altre che arrivavano al nostro posto". Sono nata a Darzo nel 1931, sono vedova di Giovanni Marini, abbiamo avuto due figli.
Ho cominciato presto a lavorare, a quattordici anni a Milano a servizio in casa di persone per bene che erano sfollati qui durante la guerra. Sono arrivata là nel settembre del 1945 e ho fatto una bella esperienza.
Poi nel 1947 mia sorella Ancilla Robusti, che lavorava alla Maffei, si doveva sposare con Angelo Guerrino Marini (sono i genitori di Valentino Marini) e, siccome dopo sposate le donne le lasciavano a casa, sono tornata a Darzo a prendere il suo posto in ditta, così prendevo anche gli assegni famigliari per i genitori anziani e i due fratelli più piccoli.
Ho cominciato a lavorare alla Maffei il 12 febbraio del 1947. Mi ricordo bene questa data perché è vicina al giorno in cui è nato il mio figlioccio Luciano, figlio di mio fratello maggiore Claudio Robusti, che era del 1916 e ha lavorato tanti anni in miniera, poi è andato in guerra in Spagna. Ce ne sarebbe da raccontare ma è un’altra storia. Di fatto, non ho proprio cominciato il 12 febbraio, perché c’era anche un’altra ragazza, una Panzeri di Lodrone che voleva entrare a lavorare e, quindi per una settimana sono rimasta a casa, ma poi alla fine hanno assunto anche lei e abbiamo lavorato insieme.
Ero cernitrice e per alcuni mesi ho lavorato a fianco di mia sorella Ancilla che era più vecchia di dieci anni e molto esperta, così mi ha insegnato bene come fare, addirittura come spazzare la barite sul cemento senza fare troppa polvere.
Si lavorava su un grande bancone quadrato fatto di assi con le fessure per far scendere l’acqua perché la barite durante la cernita veniva bagnata per poter vedere meglio la qualità del materiale. Il lavoro consisteva nello stendere sul bancone con la cazzuola la barite in forma di sassi non troppo grandi che arrivavano dalla teleferica, poi separare la bella e metterla in una carriola e la brutta in un’altra carriola che si trovavano al nostro fianco vicino al tavolone. Quando le carriole erano piene venivano gli uomini e scaricavano il materiale dentro degli stanzoni separato in base alla qualità della barite.
Abbiamo lavorato così per quattro o cinque anni senza nastro trasportatore. Non facevo turni, ma la giornata di otto ore. Ero giovane e mi ricordo che bisognava stare attente a lavorare e non sbagliare e obbedire sempre. Non ho patito tanto il freddo anche perché mia sorella Ancilla mi aveva istruita e preparata bene su cosa fare e come. Avevo sempre in testa il fazzoletto, le calze grosse, gli zoccoli, e il grembiule che si bagnava. Si lavorava con le mani nude sempre, anche quando è arrivato il nastro. Il rapporto con i superiori era minimo: rispondere quando chiamavano e fare il proprio dovere.

In quegli anni non c’erano i sindacati che ti spiegavano quale era il tuo lavoro e noi facevamo quello che ci dicevano: magari aiutare il falegname a tenere qualcosa mentre lavorava, oppure pulire il mulino; o lavorare a casa dei proprietari, anche la domenica, o sbattere i sacchi della barite e poi aiutare gli autisti a piegare i teloni del camion, insomma tutto quello che poteva servire per aumentare un po’ la paga, oppure semplicemente quello che ti ordinavano di fare.
Per esempio, se c’era bisogno di qualcosa per non far perdere tempo agli operai chiamavano noi donne e, una stava al nastro a fare il lavoro per due, mentre l’altra andava a fare qualche altro lavoretto magari imprevisto, come quando si rompeva un sacco di barite e bisognava in fretta pulire tutto. Io ho fatto di tutto.
Per fortuna non c’è mai stato nessun problema a farsi pagare le ore di straordinario ti pagavano tutto e quindi io che non avevo campagna ero sempre disponibile a fare questi lavori, non solo per la Maffei ma anche per altri dopo il lavoro si andava a dare una mano magari a zappare a cottimo i campi, oppure a fare il bucato.
Questi lavori in più mi piacevano, a parte andare a zappare che non lo sopportavo, perché rompevano la monotonia di stare sempre lì piegata sul bancone ferma senza poter parlare. All’inizio, intorno agli anni Cinquanta eravamo più di 40 cernitrici in totale e dieci o dodici per turno, ma dipendeva da chèl che bütava, cioè da quello che c’era da fare e noi giovani eravamo sempre disponibili anche perché eravamo le più forti.
Mi ricordo la prima volta, a metà degli anni Cinquanta, che hanno portato il feldspato da Pinzolo che era più leggero e non andava scelto, e si caricava sulla carriola e si buttava nella tramoggia, facevamo il lavoro quasi come gli uomini dovevamo caricare la jeep del dottor Italo. Me lo ricordo perché era un bel modo di lavorare fuori dalla monotonia della cernita dove dovevamo stare zitte e fare sempre la stessa cosa.

Durante i dieci anni che ho lavorato ho visto molti cambiamenti nel lavoro, soprattutto nei macchinari, l’impianto di illuminazione, la teleferica. Ad esempio è stata introdotta la lavatrice che girando separava la barite in base alla dimensione e poi ogni tipo di materiale aveva il suo nastro trasportatore. Oppure ci hanno costruito una stanza con i vetri per ripararci, anche se era freddo ugualmente, e noi ci scaldavamo con i fuochi accesi nei secchi da muratore. Era sempre un sacrificio perché i capi quasi quasi non ci lasciavano prendere la legna, e allora bisognava fare in fretta e di nascosto. Potevano darci un po’ di legna così non andavamo a cercarla. Invece non ce ne davano e noi dovevamo cercarla soprattutto quando il capo andava a messa la mattina presto. Avevamo molta soggezione dei capi, anche se col tempo imparavi a conoscerli meglio e prendevi un po’ di confidenza, oppure ti facevi valere. Ma noi avevamo paura che ci lasciassero a casa se alzavamo la testa, perché ce n’erano già altre che arrivavano al nostro posto.
Il lavoro era molto faticoso perché la barite era pesante, si stava sempre in piedi ferme con l’acqua che bagnava le mani e il grembiule e quindi eravamo sempre infreddolite. In dieci anni la paga è aumentata un po’ in base all’età, ma non mi ricordo bene. Anche se l’atmosfera era rigida e ognuna pensava a fare il proprio dovere, tra noi ragazze trovavamo anche il modo di scherzare e di pensare alle nostre cose, ad esempio cosa fare alla domenica.
Mi ricordo che i gabinetti erano comuni senza divisioni e c’era solo un buco. Quando entravi non si sapeva dove mettere i piedi e per le donne in certi giorni era un problema. Adesso non sarebbe immaginabile una cosa del genere. Non si può paragonare ad oggi e non so se adesso qualche giovane farebbe quello che abbiamo fatto noi. E non era solo una questione di necessità, perché anche chi aveva campagna si impegnava per lavorare di più e guadagnare qualcosa.

Mio marito Giovanni Marini dei "Pieri" era nato nel 1927 ed è deceduto nel 1992. Il suo soprannome era "Pètaross". A quattordici anni, durante la guerra, era stato assunto alla Maffei assieme a Romano Beltrami “Tonalì” suo coetaneo. Il loro compito era separare il carbone di legna per pezzatura e qualità perché serviva a far funzionare i camion a gasogeno. Raccontava che ogni tanto doveva andare con il dottor Italo in Valle di Ledro, dove abitava la fidanzata, perché doveva tenere osservato e alimentato il serbatoio della sua automobile a gasogeno. Il lavoro alla Maffei lo aveva trovato perché per costruire la villa, i padroni hanno chiesto di poter comperare un pezzo di terreno che era di mio suocero. Allora in quella occasione, mio suocero Placido, ha chiesto al vecchio "Barba" Maffei se aveva qualcosa da far fare a Giovanni. Poi dopo la guerra si è appassionato ai motori e ai camion, durante il militare a Lecce ha preso le patenti e ha lavorato per diversi padroncini della zona. Nel 1960 si è messo in proprio, prima insieme a Silvio Marini Giòti come autotrasportatore, poi per un periodo in società con mio fratello Enrico Omicini, e poi da solo come ditta artigiana “Autotrasporti Marini Giovanni”. Ha lavorato molto per le ditte minerarie, soprattutto per la Maffei sia per lo stabilimento di Darzo che a Trento. In genere i viaggi verso sud, verso le industrie li facevano carichi di barite o feldspato e poi dovevano trovare loro stessi il carico per il viaggio di ritorno, in modo da non tornare vuoti.

In casa eravamo in sei fratelli e sorelle e in cinque abbiamo lavorato per le ditte minerarie. Mio fratello maggiore Claudio Robusti nato nel 1916 ha iniziato a sedici anni a lavorare in miniera in Marìgole. Una volta è anche rimasto dentro. Ci raccontava che mentre erano sotto terra in attesa dei soccorsi, i compagni gli dicevano "Se non arrivano in fretta e ci viene fame, iniziamo da te che sei il più tenero...". Poi è partito per la guerra e al ritorno negli anni 1946-48 ha lavorato per la Maffei anche a Giustino in Val Rendena, dove avevano appena aperto una cava.

Di mia sorella maggiore Ancilla Robusti che era del 1920 ho già detto. Ho preso il suo posto di cernitrice quando stava per lasciare la Maffei, da lei ho imparato tutto, era molto esperta perché aveva lavorato per la Cima e anche per il Corna.

I miei due fratelli più piccoli: Pietro Omicini che era del 1934 è stato per qualche tempo alla Maffei da ragazzo, prima di emigrare all'estero a lavorare in Francia e poi in Svizzera e l'altro fratello Enrico Omicini che è del 1935 ha iniziato come operaio e poi è diventato autista della Maffei fino alla pensione.

Ma anche mio padre Pietro Omicini detto "Pàia dei Làle" che era di Bondone e di mestiere faceva il carbonaio (carbunèr) è stato chiamato dalla Cima durante la guerra per fare il carbone dalla legna. Però non andava nel bosco, gli preparavano la legna e lui faceva il póiàt, cioè la catasta di legna simile a una capanna che deve bruciare lentamente per giorni fino a quando la legna è ridotta a carbonella, nel piazzale dello stabilimento. Il carbone da legna serviva per far andare i camion e anche in officina. Ricordo che lo avevano assicurato e con i contributi ricevuti ha potuto chiedere la pensione. È stata una grazia.

Intervista effettuata nel mese di novembre 2010 a Darzo

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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