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Domenica Rinaldi

Domenica Rinaldi

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"Il mio lavoro era scegliere la barite dal nastro trasportatore in base a quanto erano bianchi i sassi. Piuttosto che andare in campagna, mi piacesse o no, andavo allo stabilimento."Mi chiamo Domenica Rinaldi e sono nata a Darzo nel 1929, sono vedova di Guido Beltrami e ho tre figli.
Ho lavorato per la ditta Mineraria Baritina dal 13 febbraio del 1946 al novembre del 1949 fino a quando mi sono sposata e dopo non ti prendevano più a lavorare. Il mio lavoro era scegliere la barite dal nastro trasportatore in base a quanto erano bianchi i sassi. Piuttosto che andare in campagna, mi piacesse o no, andavo allo stabilimento. La paga era poca, ma allora era qualcosa di sicuro e andava bene così.

Mio marito si chiamava Guido Beltrami era del 1916 ed è morto nel 1987. Ho lavorato da quando aveva quattordici anni andando in miniera per la ditta Corna. Raccontava che d’inverno gli succedeva di entrare in minera con il buio la mattina presto e di uscire che era già buio un'altra volta. All’epoca guadagnava sedici lire all’ora, lavorava minimo otto ore al giorno anche il sabato. Quindi di ore ne faceva, anche se era ancora un ragazzo. Poi nel 1936 è andato militare ed è finito prigioniero in Sud Africa. È ritornato a casa alla fine nel 1946. Nel frattempo la ditta lo aveva cancellato dall’organico dei minatori, perché era dato per disperso. Ha trovato la casa mezza diroccata e il vignale pieno di rovi.
Quindi nel 1946 ha ricominciato a lavorare in minera, ma la guerra lo aveva segnato e allora è stato trasferito nello stabilimento ai mulini e poi alla teleferica fino al 1972, quando ha smesso di lavorare. Doveva sempre battagliare che le persone non salissero sulla teleferica per andare in montagna, perché era vietato e anche pericoloso. In quel periodo guadagnava circa 40.000 lire al mese. Siccome era spesso malato e in quegli anni la ditta non anticipava in busta paga i giorni di malattia, ma bisognava aspettare il rimborso della Mutua, si stava anche due mesi senza stipendio. Infatti, purtroppo a causa del lavoro in miniera prima e della prigionia poi, era spesso malato e ogni tanto lo portavano a casa perché non ce la faceva più. Infatti, alla fine si è licenziato nel 1972 perché non riusciva più a respirare. Quando si andava alle visite a pagamento i medici guardando le lastre e dicevano che respirava ormai solo con un pezzo di un solo polmone. Mentre quando si andava dal medico dell’Inail non gli riconoscevano il 100% di invalidità. Così alla fine ha dovuto licenziarsi per poter fare la pratica che gli riconoscesse la malattia professionale e l’invalidità.
In quegli anni e anche prima le condizioni di lavoro erano molto disagiate e non si faceva attenzione alla salute. La figlia Ester Beltrami ricorda che quando andava a portare la merenda al nonno materno Candido Rinaldi nello stabilimento della Baritina dentro lo stanzone gli operai non si vedevano bene, si vedevano solo delle figure che si muovevano, perché erano circondati da una nuvola di polvere bianca.
Sempre la figlia ricorda che il padre Guido ci teneva a lavorare, ma era anche per i diritti, nel senso che notava le condizioni di sfruttamento che c’erano in quegli anni, magari che non riguardavano lui ma altri. Negli anni Sessanta c’era un sindacalista che girava e passava anche qua e mio papà si rivolgeva molto a lui anche per il riconoscimento delle malattie, non solo dei lavoratori, ma anche dei famigliari. Forse per questo i padroni non vedevano di buon occhio mio papà. Ad esempio, mentre lavorava l’hanno sempre invitato alla festa di Santa Barbara, dal giorno in cui si è licenziato non lo hanno più invitato, mentre altre persone che si erano licenziate venivano invitate lo stesso. Probabilmente perché era uno che riconosceva le ingiustizie e si impuntava un po’ per cercare di migliorare la situazione. Sentiva molto il senso dell’ingiustizia anche quando capitava agli altri. Diciamo che mio papà non è stato molto fortunato nelle cose che ha fatto, diceva spesso “se io mettessi su una fabbrica di cappelli, nascerebbero tutti senza testa”. Mi raccontavano che quando mio papà è arrivato qui dalla prigionia il 1 gennaio del 1947, dopo quasi dieci anni di assenza, mia mamma Domenica e una sorella di mio papà erano nella stalla di mio nonno materno che stavano montando la panna per la festa del primo dell’anno. Si sono viste davanti quest’uno con i capelli lunghi fino alla schiena pieno di pidocchi. Lui non sapeva che era finita la guerra e non ho mai capito come abbia fatto a tornare senza niente dal Sud Africa, lui mi raccontava spesso di quel periodo, ma io mi stufavo e non lo ascoltavo. Mia mamma non lo aveva riconosciuto perché quando mio papà era partito lei aveva sette anni.

Mia sorella minore Augusta Rinaldi e mio fratello minore Giovanni Rinaldi hanno lavorato per un periodo per la ditta Maffei.

Intervista effettuata nel mese di dicembre del 2010 a Darzo grazie alla partecipazione della figlia Ester Beltrami.

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Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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