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Marisa Faes

Marisa Faes

"Mi piaceva stare in compagnia delle mie compagne. Mi ricordo che c’era la Carmela, una che era lì da tanto: con una mano lavorava e con l’altra passava la corona, e noi dietro a recitare le preghiere tutti i giorni. Eravamo tutte devote."

Mi chiamo Marisa Faes sono nata a Tione nel 1941 ma ho vissuto a Lodrone con la mia famiglia. Nel 1964 mi sono sposata con Giovanni Zanetti di Darzo e, dopo un periodo in Svizzera, sono venuta a vivere a Darzo.
Ho lavorato per la ditta Maffei come cernitrice dal 1962 al 1964, perché una volta sposate le donne le lasciavano a casa. Ho chiesto io di lavorare e in ditta conoscevano la mia famiglia. Così, siccome mia mamma era malata e le mie sorelle erano già sposate, e non potevo lasciarla sola andando a lavorare lontano, ho chiesto lavoro alla Maffei. Ma senza risultati per un anno. Mi mandavano anche a Caffaro a casa del Direttore a chiedere. Allora non capivo che voleva in cambio qualcosa per darmi il lavoro, magari un coniglio o del burro, e continuava a mandarmi indietro dicendomi: “Guarda ragazza, ce ne ho qui una fila prima di te”. Poi un giorno mi sono decisa a scrivere al dottor Italo Maffei a Trento, gli dicevo che avevo bisogno di lavorare e che era da tanto che chiedevo senza risultato. Ho pensato di scrivere al padrone perché sapevo che quando è andato in pensione mio papà Placido Faes il dottor Italo gli aveva detto che lì c’era un posto di lavoro per i figli se ce n’era bisogno.
Infatti il giorno dopo mi hanno chiamato in ufficio alla Maffei tutti preoccupati dicendomi di portare pazienza ancora per quindici giorni che dopo si sarebbe sposata una cernitrice e che mi avrebbero assunto subito. Infatti è andata così. Evidentemente erano stati contenti di come aveva lavorato per 30 anni mio papà come teleferista in Val Cornèra. Lì con lui ho passato le vacanze e le feste della mia infanzia, sia in estate che in inverno. Infatti, siccome mio papà era il più anziano, i giovani, che volevano scendere alle feste e non fare la guardia gli dicevano: “Placido, stai qui te, va là” e così lui restava di guardia e io con una delle mie sorelle andavamo su. Ma la maggior parte delle volte andavo da sola, lui magari mi veniva incontro. Le facevo tutte pur di riuscire ad andare su, mi piaceva da matti.
Due anni fa mio marito mi ha portato su a vedere cosa resta della casa. Era grande e adesso è tutto giù. La parte bassa è tutta cambiata con la strada nuova che hanno fatto, ma su in cima dove c’era la teleferica, gli alberi sono ancora tutti là e quindi quando ho visto lo sfacelo ci sono rimasta male e quasi mi veniva da piangere.
Per me era come andare in ferie anche se era molto alla buona, ad esempio l’acqua era fredda. Anche la prima volta che ho visto Giovanni, il mio futuro marito, ero in Val Cornèra. Siccome andavo su in estate da sola a prendere il latte in malga, una volta stavo tornando in giù e vedo su una collinetta un ragazzo che mi guarda con i pantaloni corti e una canottiera con la spallina rotta che penzolava giù. Io passo oltre e ogni tanto mi giro e lui continua a guardarmi. Arrivo giù e dico a mio papà: “C’era su un ragazzo brutto, ma brutto che mi guardava”. Chi andava pensare che mi sarei sposata quel tipo lì. Soprattutto perché era un ragazzo di Darzo e noi di Lodrone non potevamo vederli, in realtà neanche a Storo non li vedevano di buon occhio i ragazzi di Darzo. Forse era l’invidia perché il lavoro era qui grazie alla barite, e quindi lì ci sembravano tutti signorotti e si diceva che erano curiosi. Mio marito è un po’ diverso, forse perché è andato all’estero e ha cambiato un po’ la mentalità. Altrimenti in paese le persone tendevano a stare sempre tra di loro, anche a sposarsi sempre tra di loro. Quando nel 1964 ci siamo sposati eravamo in tre o quattro coppie “miste” in cui uno dei due non era di Darzo. Poi siamo subito andati in Svizzera. E poi nel giugno 1964 hanno licenziato tutte le donne alla Maffei.
Sul lavoro, la cosa che mi pesava di più era il rumore continuo che faceva la lavatrice della barite e le mani bagnate tutto il giorno. Venivo a lavorare in bicicletta da Lodrone. Mi piaceva stare in compagnia delle mie compagne. MI ricordo che c’era la Carmela, che era lì da tanto, che con una mano lavorava e con l’altra passava la corona e noi dietro a recitare la corona tutti i giorni. Eravamo tutte devote. La paga per me che non ero abituata a prendere soldi era buona.

Mio papà si chiamava Placido Faes ed era di Lodrone. Era nato ne 1895 ed è morto nel 1965. Ha lavorato a fare il teleferista tutta la vita in Val Cornèra dove è rimasto fino agli ultimi due anni di lavoro, alla fine degli anni Cinquanta, quando poi l’hanno trasferito allo stabilimento. Lui era tra i primi che hanno cercato la barite in Val Cornèra. Di mio papà tanti se ne ricorderanno perché lui saliva a piedi il lunedì mattina e avviava la teleferica e gli altri andavano su montati sulle casse. Poi è successa una disgrazia e allora è stato proibito. Però molti continuavano ancora a salire e scendere di nascosto.

Mio fratello Costante Faes era 1928 ed è deceduto nel 1978. Ha lavorato qualche anno in ufficio per la Maffei.

Mia sorella Adelina Faes era nata nel 1927 e ha lavorato come cernitrice per la ditta Maffei prima di sposarsi.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di dicembre del 2010.

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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