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Augusta Rinaldi

Augusta Rinaldi

"Ho lavorato alla Maffei per otto anni dal 1950 al 1958 alla cernita della barite, ma le ore che ho lavorato, se fosse di contarle, non so quante sarebbero."

Sono nata nel 1931 a Darzo. Sono sposata con Aldo Zanetti.
In famiglia eravamo tre sorelle e un fratello: oltre a me, Domenica Rinaldi, Lucia Rinaldi, e poi Giovanni Rinaldi. Mia mamma era sempre malata e noi figli abbiamo sempre lavorato. Domenica e Giovanni anche per le ditte minerarie. Io andavo in campagna, stavo dietro agli animali: salivo su a portare da mangiare a mio zio e mio papà, poi andavo al fienile mungevo il latte e lo portavo giù.
Quando avevo quindici anni per poco tempo, circa due mesi sono andata anche a Brescia a servizio nella casa dei Corna. In realtà il signor Vittorio aveva chiesto a mio papà se gli mandava mia sorella Domenica, ma lei aveva già conosciuto il suo futuro marito Guido Beltrami e non ci voleva andare. Io ero contenta di andare al suo posto, e quando ho visto quella casa non volevo più tornare. Ma poi mio papà continuava mandarmi lettere che c’era bisogno di me a casa, con le mucche, il fienile e la campagna e allora sono tornata.
Mi ricordo che un giorno, mi sono decisa ad andare a chiedere lavoro alla Maffei. Ho preso la bicicletta, sono arrivata, ho fatto le scale e ho bussato. “C’è il dottor Italo?” “Sono io, cosa vuoi?” “Cerco lavoro”, “Perché?” mi risponde “Perché i miei ne hanno bisogno.” "De che sét te?" ”Sono del Rinaldi Candido“ e “Che cosa vuoi fare?” A me andava bene qualsiasi cosa, già lavoravo tutto il giorno a casa e in campagna. “Vedremo”, mi risponde e dopo tre giorni mi hanno chiamato. Ho lavorato fuori dal Maffei per otto anni dal 1950 al 1958 alla cernita della barite, ma le ore che ho lavorato, se fosse di contarle, non so quante sarebbero. La busta paga, so che era bianca, ma quanto ci fosse dentro non l’ho mai saputo perché la consegnavo chiusa a mia mamma. Ero terrorizzata dai miei genitori. Quello che mi dicevano di fare facevo senza fiatare. Non proprio tutto, però. Ad esempio, mi ricordo che mio papà si era messo d’accordo con un suo compagno di Riccomassimo che avrei sposato suo figlio. Ma a me non piaceva e quando veniva a trovarmi alla festa io scappavo a casa di mia sorella Domenica, finchè questo si è stufato e non se ne è più parlato. Eravamo poveri io andavo a messa con le scarpe che avevano la tomaia di legno e le coloravo di nero con la fuliggine del camino, mentre i vestiti ce li mandavano i parenti dall’America.
Facevo di tutto per segnare più ore e guadagnare qualcosa: andavo alla festa a sbattere i sacchi di juta della barite a cottimo, mi chiamavano a pulire l’officina. Non mi piaceva perché c’erano giù tutti gli uomini che mi guardavano e facevano commenti. Poi mi chiamavano a fare le prove della qualità della barite. Per questo le altre colleghe erano gelose e sparlavano con il Direttore, dicendogli che invece di lavorare andavo a casa dei Maffei a fare le pulizie, che era vero ma non lo facevo durante l’orario di lavoro. Poi sia il dottor Italo e i capi hanno capito che erano solo chiacchere, perché io ho fatto sempre il mio dovere. Avevo un buon rapporto con i capi, tanto che quando ho lasciato il lavoro per sposarmi, il ragionier Girardini mi ha consigliato di integrare gli anni di lavoro pagando la volontaria per arrivare ad avere un po’ di pensione. Per fortuna che me lo ha detto altrimenti adesso non avrei niente. In quegli anni i proprietari hanno guadagnato tanto con la barite e noi abbiamo lavorato come oggi non si può immaginare. Comunque sono stata contenta di quello che ho fatto.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di dicembre del 2010.

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