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Lorenzina Giacometti "Lore"

Lorenzina Giacometti "Lore"

"Appena potevo andavo in Val Cornèra dove mio papà lavorava in miniera. Mentre salivo contavo le piastre che lastricavano la strada."

Mi chiamo Lorenzina Giacometti. Sono nata nel 1936 a Darzo, sono sposata e ho tre figli.
Ho lavorato per la ditta Maffei dal 1953 al settembre del 1959 e poi mi sono sposata. Ho smesso di lavorare perché all’epoca si usava così. Quando una donna si sposava non veniva più chiamata a lavorare, solo se rimanevi vedova allora ti lasciavano lavorare anche se avevi la famiglia. La mia mansione era quella di cernitrice, e avevo il compito di scegliere la barite di qualità migliore. All’epoca la barite veniva estratta in Val Cornèra. Una volta lavata veniva trasportata attraverso un nastro e allora due o tre ragazze tiravano fuori il falso, mentre io ero alla fine e sceglievo quella bella e la mettevo nella carriola. In tutto c’erano due nastri trasportatori e lavoravano 30 ragazze.
Mi ricordo come adesso quando sono andata a chiedere il lavoro. Mio papà Angelo Giacometti lavorava in Val Cornèra ed era ben visto dal capo. Allora quando ho avuto l’età per lavorare mi ha spinto a presentarmi al dottor Italo. Quel giorno mia mamma mi ha dato uno scialle di quelli che faceva lei per presentarmi bene e sono andata dal padrone a chiedere se mi prendeva a lavorare. Ma durante il colloquio per l’emozione mi sono messa a piangere. Allora il dottor Italo mi ha messo una mano sulla spalla per rincuorarmi e mi ha detto di presentarmi già il giorno dopo allo stabilimento. Così ho cominciato subito ed ero molto contenta perché potevo aiutare i miei genitori e i miei due fratelli. Mi ricordo che in quegli anni abitavo in cima al paese e per andare al lavoro ero l’unica che percorreva la strada alta e non scendeva sullo stradone insieme alle altre.
Io non avevo paura di niente, perché mia mamma mi ha insegnato: “Male non far, paura non aver”. Una mattina verso le quattro stavo scendendo questa strada che attraversava il bosco e sento gridare giù sulla strada e penso che siano le mie amiche. Infatti, quando più avanti le incontro mi spiegano che si erano messe a gridare per far scappare dei ladri che stavano rubando delle galline da un pollaio che c’era lungo lo stradone. Dopo questo fatto per un periodo ho avuto paura e sono andata con loro in gruppo a lavorare quando avevo il turno della mattina presto. Per tutto il tempo che ho lavorato per la Maffei sono sempre stata trattata bene: il dottor Italo ogni tanto mi chiamava in ufficio per chiedermi come stava la mia famiglia. Anche con le colleghe mi trovavo molto bene e le conoscevo tutte perché la maggior parte era di Darzo.
Però mi ricordo che durante il primo anno di lavoro c’è stato un po’ di malumore verso di me. Infatti il dottor Italo un giorno mi chiama su in villa. Vado e mi dice: “Guarda che la cernita nel periodo invernale si ferma, ma vorrei che tu venissi ugualmente a lavorare”. Eravamo solo io e mio cugino Dino Giacometti, dalla miniera veniva giù poca barite, ma veniva lo stesso e mio cugino con la pompa lavava in materiale e io sceglievo la migliore e la mandavo al mulino. Allora con le colleghe c’è stato un po’ di malumore e si sono lamentate con Giuseppe Armani che era il capo dello stabilimento. Insomma mi ricordo questo mese d’inverno che lavoravo da sola con mio cugino.
Non mi ricordo precisamente quanto guadagnavo, perché davo la busta chiusa ai miei genitori, che poi non mi hanno mai fatto mancare niente. Infatti siccome ero un po’ ambiziosa nel vestire, mia mamma mi lasciava dei soldi della busta paga così potevo comperarmi la dote, ma anche dei bei vestiti che mi piacevano. Per fortuna, benché abbia lavorato poco, ho raggiunto le 52 settimane necessarie per cominciare a pagare i contributi per la pensione volontaria. È stato il ragioniere Girardini che mi ha suggerito di fare la domanda e così a 55 anni ho potuto avere un po’ di pensione. Io ero giovane ma ho dei bei ricordi di quel periodo: in famiglia c’era una bella armonia

Mio papà si chiamava Angelo Giacometti era nato nel 1894 ed è morto nel 1964. È stato emigrante in America e intorno agli anni Trenta è tornato a Darzo. Qui si è sposato nel 1931. Ha lavorato in Val Cornèra in galleria per la Maffei subito dopo sposato fino alla pensione. Non mi ricordo precisamente quando è andato in pensione, ma nel 1959, quando mi sono sposata io, non lavorava già più. Mi ricordo che quando doveva fare la guardia in miniera al sabato e la domenica mi portava su in Val Cornèra. Lì c’era anche il capo miniera Innocente Zanardi di Anfo con il figlio che aveva la mia età. Quelle volte mi divertivo molto a giocare con questo bambino e stare lassù con mio papà. Allora mio papà mi faceva vedere tutta la galleria, mi faceva vedere tante cose e mi spiegava come si lavorava e cosa succedeva. Una volta mi ha raccontato che erano dentro con il vagone e stavano facendo i buchi con la rivoltella a secco. Hanno fatto i fori e ad un certo punto mio papà ha detto al collega che era con lui: “Guarda che c’è l’Innocente che ci chiama fuori, dài usciamo che tanto abbiamo il carrello pieno da scaricare”, ma l’altro, Ruggero Donati, papà dell'Attilio Donati diceva che non sentiva niente. Allora mio papà ha insistito, sono usciti e la galleria è crollata proprio dove loro prima stavano lavorando. Poi mi ricordo che salivo in Val Cornèra a piedi e contavo le piastre che lastricavano la strada e solo una volta mio papà mi ha fatto salire con la teleferica. Recentemente sono tornata su con la Pro Loco ed è stato molto emozionante perché non ci tornavo dagli anni in cui salivo con mio papà.

Intervista effettuata a Darzo nel mese di dicembre del 2010

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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