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Cecilia Ariasi

Cecilia Ariasi

"Le donne lavoravano in brutte condizioni. Alla fine sono stata una delle ultime ad essere licenziata dalla Maffei quando hanno chiuso la miniera di Val Cornèra e mi facevano fare anche degli straordinari: lavare i sacchi della barite, spazzare e così polvere ne ho presa anch’io."

Mi chiamo Cecilia Ariasi.
Sono vedova e ho due figli. Sono nata a Bondone nel 1921, poi quando avevo due anni, nel 1923, con mia mamma abbiamo raggiunto mio papà a Darzo dove lavorava come calzolaio.
Mi sono sposata nel 1939 e sono rimasta vedova nel 1950 con due figli piccoli e dopo 26 anni mi sono risposata e ho seguito il mio secondo marito il Val Trompia dove ho abitato per 29 anni. Nel 2005, quando è mancato mio marito sono tornata a Darzo.
Ho lavorato per tutte è tre le ditte minerarie: prima di sposarmi ho lavorato come cernitrice per la ditta Corna Pellegrini e per un breve periodo anche per la ditta Macario. Ho cominciato che avevo quattordici o quindici anni, si lavorava in primavera e in estate poi durante l’inverno ci lasciavano a casa. Iginio Balduzzi, che allora era il mio fidanzato, lavorava già per la ditta Corna ed era in confidenza con il padrone. Un giorno che passavano vicino a casa mia e io ero fuori mi hanno vista e il mio fidanzato ha detto al padrone: “È qui che non fa niente tutto il giorno, non puoi prenderla a lavorare?” Allora il Corna gli ha risposto: “ Che venga giù domani!”. Una volta rimasta incinta della prima figlia non ho più lavorato.
Quando poi sono rimasta vedova, nel 1951 ho ricominciato a lavorare per la ditta Maffei. Ho chiesto io di poter tornare a lavorare per mantenere i mie due bambini, la Elide e il Beppino [Giuseppe Balduzzi]. Ho lavorato lì fino a quando hanno chiuso le miniere e hanno licenziato tutte le donne cernitici, non mi ricordo precisamente tra il 1962 e il 1964.
Dopo questo lavoro ho mantenuto la famiglia lavorando come perpetua per un parroco, facendo la stagione negli alberghi e, insomma, ho sempre lavorato una volta di qua e una volta di là. Come cernitrice ho lavorato a lungo perché di solito le donne una volta sposate le lasciavano a casa. Di quel lavoro mi ricordo il gran freddo che ho sofferto perché si lavorava nell’acqua: al Corna proprio all’aperto e al Macario si stava più al chiuso, diciamo come in un corridoio, mentre alla Maffei stavamo in una stanza con le pareti di assi fatta con le viti. Per scaldarci accendevamo dei fuochi, uno ogni due lavoratrici, nei secchi dei muratori con tutto quello che trovavamo in giro. Dopo un po’ ci mandavano giù dalla miniera i rami di pino che facevano un sacco di scintille che andavano da tutte le parti e qualche volta ci bruciavamo le calze o le gambe. Non adoperavamo i guanti e avevamo sempre le mani bagnate.
Al Corna eravamo in piedi mentre alla Maffei prendevamo un’asse che fermavamo sotto il nastro trasportatore per poterci almeno appoggiare, si può immaginare quanto stavamo comode. Le donne lavoravano in brutte condizioni. Alla fine sono stata una delle ultime ad essere licenziata quando hanno chiuso la miniera di Val Cornèra e mi facevano fare anche degli straordinari: lavare i sacchi della barite, spazzare e così polvere ne ho presa anch’io.

Mio fratello Guido Ariasi era nato nel 1931 e a partire dal 1950 ha lavorato alla Maffei per 32 anni.

Mio marito si chiamava Iginio Balduzzi era nato nel 1909. Ha lavorato per 22 anni in galleria per la ditta Corna Pellegrini e per la ditta Macario ed è morto nel 1950. Non sappiano se la causa della morte sia stata il lavoro perché non abbiamo voluto fare indagini. Comunque, quando ha cominciato a stare male stava lavorando qua sotto alla costruzione della strada perché era stato lasciato a casa dalla ditta Macario per la quale stava lavorando in quel periodo. Un giorno è tornato a casa e mi ha detto che non stava mica bene. In quel periodo io lavoravo a far da mangiare nelle colonie che ospitavano i ragazzi della scuola. Abbiamo chiamato il dottore che lo ha mandato all’ospedale a fare una visita e hanno scoperto che aveva un ascesso polmonare. Ma non sappiamo da dove sia venuto. I medici ci avevano consigliato di andare a Milano a fare un’operazione per togliere questo ascesso ed era tutto pronto per partire, ma si è aggravato ed è morto. Così sono rimasta con una bambina di undici anni e un bambino di nove, ma dopo 26 anni ho pensato bene di risposarmi.

Intervista realizzata a Darzo nel marzo del 2011.

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Un tesoro sepolto da scoprire

Darzo si trova in Valle del Chiese, nel Trentino sud-occidentale. Poco distante dalle Dolomiti di Brenta, dal Lago di Garda e dalle sponde del Lago d'Idro.

È un paese di circa 750 abitanti, frazione del Comune di Storo.

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